Il Museo d'Arte Venatoria in Piazza Pincerna
Il Museo d'Arte Venatoria in Piazza Pincerna
Attualità

La caccia: fonte di sostentamento ieri, pratica ricreativa e commerciale oggi

Intervista esclusiva a Riccardo Sgaramella, responsabile cittadino della sezione Federcaccia "R. Marchio" di Andria

In passato una fonte primaria di sostentamento per l'uomo, oggi una pratica attuata con diversi scopi. Parliamo della caccia, attività millenaria dalle radici preistoriche che nel corso della storia la caccia ha rivestito un ruolo di importanza differente per ciascuna popolazione umana. Principalmente, essa consiste nel catturare o abbattere animali selvatici per l'approvvigionamento di cibo, pelli o altre materie; la caccia moderna, invece, viene praticata soprattutto a scopo ricreativo, commerciale e per contenimento e gestione di una specie. Quali peculiarità caratterizzano la caccia, invece, sul nostro territorio? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Sgaramella, guardiacaccia volontario e responsabile cittadino della sezione Federcaccia "Riccardo Marchio", nata nel 1901 e sita, momentaneamente, presso il Museo d'Arte Venatoria in Piazza Pincerna, nei pressi della Cattedrale di Andria.

- Si parla della caccia come di un'attività poco rispettosa dell'ambiente e perciò considerata negativamente dall'opinione pubblica. Invece tende a ristabilire l'equilibrio della natura. Cosa ne pensa?

«E' un errore ritenere la caccia come una pratica irrispettosa dell'ambiente: anch'essa, infatti, ha una sua armonia con la flora e la fauna. E' un'attività che esiste con l'uomo da migliaia di anni, ciò significa che può coesistere perfettamente con la natura, in equilibrio con il mondo che ci circonda».

- Come si spiega l'aumento esponenziale dei cinghiali sul nostro territorio?

«C'è stato uno squilibrio tra la riproduzione degli esemplari e il loro prelievo: in questo modo, si è creato un sovrappopolamento di cinghiali a danno delle colture e dell'incolumità delle persone. Negli ultimi 20 anni abbiamo evidenziato un decremento della fauna sul nostro territorio, così abbiamo ritenuto opportuno immettere altri tipi di selvaggina, tra cui un numero irrisorio di cinghiali; l'obiettivo era aumentare la diversificazione della fauna. Con la successiva istituzione dell'Ente Parco Nazionale dell'Alta Murgia, la selvaggina è rimasta circoscritta in aree chiuse, all'interno delle quali si è moltiplicata. Basti pensare che un cinghiale pesa mediamente dagli 80 ai 120 kg e corre a una velocità di 20/25 km orari: rinchiuderli in gabbie non risolve il problema. Bisogna invece fare catture di selezione nel Parco, soprattutto dove c'è forte presenza di questi animali, così da tenere sotto controllo le popolazioni di questi esemplari. Catturarli e immetterli in altri luoghi contribuisce solo ad alterare l'equilibrio di queste zone».

- Qual è l'identikit del cacciatore moderno e come è cambiata la caccia rispetto al passato?

«Per migliaia di anni la caccia è stata un'attività strettamente connessa a necessità nutritive, oggi invece sembra essere diventata una pratica sportiva. Sono preoccupato per il futuro della caccia: tanti anni fa erano presenti ben sei associazioni in città, con numerosi iscritti; in seguito ci siamo riuniti in un solo sodalizio ritenendo che il linguaggio di questa disciplina fosse unico per tutti. Invece ci sono persone che non comprendono i sani principi di un cacciatore. Circa 50 anni fa ci parlavano della fiaba di Cappuccetto Rosso: il lupo era l'essere cattivo, invece il cacciatore che uccideva il lupo e salvava la nonna era l'essere buono. Adesso le parti si sono invertite: il lupo è l'esemplare da proteggere, mentre l'uomo è l'essere cattivo. Forse non siamo stati attenti a lanciare un messaggio di interesse nei confronti dell'ambiente e della fauna. Inoltre, l'attività venatoria moderna acquisisce un valore sempre più lucrativo: si promette un facile porto d'armi dietro pagamento, senza capire che le armi comportano una responsabilità civile e penale; bisogna invece conoscere e rispettare gli equilibri che l'ambiente richiede all'essere umano. Andare all'arrembaggio significa distruggere tutto».

- In che modo avete avvicinato la cittadinanza alla conoscenza della caccia?

«Ho riaperto da poco tempo la sezione locale di Federcaccia, dopo 4 anni di assenza per problemi organizzativi a livello provinciale. Oggi vogliamo lanciare messaggi di cultura venatoria e ambientalista, e con il Museo d'Arte Venatoria abbiamo realizzato diverse attività a tutela dell'ambiente: pulizia dei boschi, vigilanza nei confronti dei bracconieri e di coloro che non rispettano l'ambiente; siamo stati anche promotori di esami per l'abilitazione all'esercizio della caccia. In futuro, puntiamo ad istituire corsi di vigilanza e aprire un dialogo con l'Ente Parco per riproporre sul territorio le tipologie di fauna scomparse sul territorio come la lepre italica e la gallina prataiola, meglio conosciuta come "carniere". C'è tanto su cui poter lavorare: non disponiamo di ingenti mezzi finanziari, ma abbiamo una grande passione».
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