Terremoto Irpinia
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Attualità

La testimonianza di una cittadina andriese sopravvissuta al terremoto dell' Irpinia

40 anni fa la catastrofe provocò oltre 3.000 vittime e 300 mila sfollati

Era domenica 23 novembre 1980 quando alle ore 19.35 gli aghi del sismografo impazzirono in quei 90 secondi di devastazione. Una violenta scossa di terremoto sconvolse decine e decine di comuni della Campania e della Basilicata, in un'area di ventisettemila chilometri quadrati compresa tra Napoli, Benevento e Salerno, con circa sette milioni di abitanti.

Il sisma si configura tra i più gravi movimenti tellurici verificatisi in Italia dal 1800. Secondo le registrazioni effettuate all'epoca dall'Istituto di sismologia di Belgrado, all'epicentro del terremoto si liberò una quantità di energia pari all'esplosione di 35 milioni di tonnellate di tritolo, causando numeri esorbitanti: oltre 3.000 vittime e 300 mila sfollati.

Proprio in quelle cifre prende forma la testimonianza di una nostra concittadina di nome Maria, sopravvissuta al terremoto di Sant'Angelo dei Lombardi (provincia di Avellino) e salvata miracolosamente grazie al provvidenziale intervento del marito. Nell'eco del ticchettio dell'orologio si consumò una corsa contro il tempo. Tutto gradualmente si sbiadì persino le distinzioni tra le diverse cariche professionali: forze dell'ordine, soldati, operai e chiunque si trovasse da quelle parti divennero un'unica forza per salvare più vite possibili.

Dalle macerie si sollevarono grida di dolore e d'aiuto, ma anche quel silenzio funesto di chi non ce l'ha fatta, come i due figli della signora Maria, di appena tre e quattro anni, morti soffocati dall'orribile cumulo di detriti provocato dalla catastrofe.

"Sono rimasta circa un' ora sotto le macerie: per fortuna si creò una piccola bolla d'aria che mi permise di sopravvivere – spiega emozionata la signora Maria. – Implorai per tutto il tempo "aiuto" e mentre le mie forze stavano cedendo mio marito mi venne a salvare, dopo che si liberò da calcinacci e travi che lo avevano sepolto" – prosegue - "Nessun medico mi visitò. Fummo trascinati verso la periferia del paese dove insieme ad altri sopravvissuti ci sedemmo sofferenti e sconsolati attorno ad un piccolo fuoco, acceso appositamente per farci riscaldare. Mentre qualche metro più in là vennero allineati i corpi delle vittime. Solo dopo alcune ore venni a sapere di aver perso i miei bambini: ritrovati a distanza di un paio d'ore l'uno dall'altro"

Un dolore indelebile che segnerà per sempre, come una cicatrice, l'esistenza di Maria: da quel momento ogni suo gesto e ogni sua parola sarà figlia di quella esperienza atroce. "Il giorno dopo vennero i miei familiari per riportarmi ad Andria e qui ricominciai lentamente la mia vita". – Poi tornando con la mente a quel passato così vivo nelle sue parole, la nostra concittadina aggiunge – "E' un dolore straziante perdere i propri figli. Ed è un vuoto incolmabile. Non lo auguro a nessuno. Il dolore è perpetuo così come il ricordo di quei continui lamenti di sofferenza che, quasi in una scena dantesca, provenivano da sotto quelle montagne di pietra.

"Tra noi sopravvissuti ci siamo aiutati. Anche gente comune ci ha sostenuto molto, dandoci da bere e da mangiare. Una riprova e constatazione queste che assumono un significato di alto valore morale e ci aiutano a conservare la nostra serena fiducia negli uomini" – conclude la signora Maria.
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