Maria Chironna. <span>Foto Elga Montani</span>
Maria Chironna. Foto Elga Montani
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Coronavirus, Chironna: «È il momento di convivere col virus, ma una pandemia non finisce in due anni»

Intervista alla responsabile del laboratorio Covid del Policlinico e docente di igiene dell'Università di Bari, mentre da oggi la Puglia in zona bianca

Da oggi la Puglia torna in zona bianca. È quanto stabilito dalla nuova ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, che entra in vigore da oggi, lunedì 14 marzo.
Salgono a 17 le regioni in area bianca: Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana e Valle D'Aosta, si vanno ad aggiungere ad Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, le province autonome di Bolzano e quella di Trento, Piemonte, Umbria e Veneto.
Restano ancora in area gialla Calabria, Lazio, Marche e Sardegna.
Ma proprio negli ultimi giorni, nella nostra regione, si sta assistendo ad un nuovo aumento dei contagi da Coronavirus, anche se sembra che i ricoveri stiano rimanendo relativamente stabili. Il prossimo 31 marzo termina sul territorio nazionale lo stato di emergenza legato alla pandemia, e da più parti si parla di una fine, anche se graduale, delle restrizioni. Abbiamo fatto il punto della situazione con la dottoressa Maria Chironna, docente di igiene dell'Università di Bari e responsabile del laboratorio Covid del Policlinico.

Dottoressa Chironna, negli ultimi giorni in Puglia c'è stato un nuovo aumento dei contagi, o almeno un aumento del numero dei positivi. Come lo spiega?

Sembra esserci una inversione di tendenza nell'andamento dei contagi, anche in Italia, ma è presto per trarre conclusioni e i dati non devono generare allarmi. Oltre a fluttuazioni fisiologiche nei tassi di notifica, questo aumento potrebbe anche essere, in parte, spiegato con una maggiore circolazione di Omicron 2. Nei prossimi giorni avremo dati più chiari, derivanti dalla flash survey commissionata dal Ministero della Salute-ISS sulla stima della prevalenza di questa ulteriore sotto-variante.

Abbiamo imparato in questi due anni a parlare di varianti, qual è quella prevalente sul territorio ora? E che rischi comporta anche per i vaccinati o per chi ha già avuto il Covid?

Ormai, già da settimane, Omicron è la variante predominante, se non esclusiva, in particolare Omicron 1. Da qualche settimana si sta osservando un aumento di casi da Omicron 2, quest'ultima sotto-variante ancor più contagiosa ed immunoevasiva rispetto alla Omicron 1. Da stime preliminari potrebbe già rendere conto di almeno il 30%, se non più, dei nuovi casi. Questa variante può dare infezione anche nei vaccinati o reinfezioni in chi ha già avuto Covid19, anche da Omicron1. Ma questo non deve spaventare, perché i vaccinati, i dati dicono, sono protetti almeno al 90% dalle forme severe e dall'ospedalizzazione. E questo è importante.

Pochi giorni fa anche in Puglia è arrivato il vaccino Novavax, che si pensava potesse aiutare gli indecisi a vaccinarsi, ma sembra essere stato un flop. Cosa ne pensa?

Non credo sia il tipo di vaccino a fare la differenza nell'adesione alla campagna vaccinale. Tutti i vaccini disponibili sono efficaci. Serve spiegare agli indecisi che, anche se sotto controllo, la pandemia non è esaurita e val la pena vaccinarsi per essere protetti da forme gravi. L'indecisione va affrontata con una corretta comunicazione, cercando di far comprendere i benefici a fronte di rischi praticamente inesistenti.

Ora è partita la campagna vaccinale per la quarta dose per i fragili, servirà anche a tutti gli altri per affrontare nuove eventuali varianti?

Non abbiamo certezze a riguardo. Cominciano ad esserci evidenze che una quarta dose possa far diminuire le infezioni e, quindi, ridurre nei vaccinati la circolazione del virus. Serve aspettare per avere più dati dai paesi che la stanno già somministrando. Ad ora sappiamo che con il booster (richiamo) si evitano comunque le forme severe di malattia. E sappiamo che si sta lavorando anche ad un aggiornamento dei vaccini, alla luce della emergenza delle varianti.

I cittadini sono stanchi di sentire parlare del virus, il 31 marzo termina lo stato di emergenza legato alla pandemia, tutti invocano un ritorno alla normalità, e anche lo stop alle mascherine al chiuso. È davvero arrivato il momento di smetterla con le precauzioni?

È arrivato il momento di una convivenza con il virus, questo è certo. Prima di abbandonare le misure di prevenzione generali dobbiamo avere il tempo di capire l'evoluzione. Una pandemia non finisce in due anni. Perciò ben venga la quasi normalità, a patto di essere consapevoli che non possiamo dire di aver definitivamente sconfitto Sars-CoV-2.

Ogni pandemia è a sé ed è difficile, ovviamente, prevedere cosa accadrà. Ma, secondo lei, cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi?

È difficile fare previsioni. Probabilmente, come accaduto in precedenza, la stagione estiva darà tregua e i casi si ridurranno drasticamente. Più incertezze ci sono sulla prossima stagione autunno-invernale. Potremmo avere un ripresa dei contagi ed ondate epidemiche di più lieve entità. Resta l'incognita varianti. Sars-CoV-2 ci ha già sorpreso, più di una volta. Ma lo conosciamo meglio e abbiamo più armi a disposizione per fronteggiarlo.
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