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1 lavoratore su 3 dorme meno di 6h e il Sud è il più colpito: Puglia al terzo posto
Le raccomandazioni internazionali indicano almeno 7 ore di sonno per notte come soglia minima per la salute
Puglia - martedì 3 marzo 2026
21.27 Comunicato Stampa
Il sonno è diventato un privilegio che dipende da dove vivi, quanto guadagni e che lavoro fai. Mentre le raccomandazioni internazionali indicano almeno 7 ore di sonno per notte come soglia minima per la salute, quasi 1 italiano su 5 (18%) dorme cronicamente meno di 6 ore, una privazione che secondo la ricerca scientifica costa all'economia globale miliardi in produttività persa e aumenta drasticamente il rischio di malattie cardiovascolari, diabete e depressione.
Ma questa privazione non colpisce tutti allo stesso modo. Il sondaggio di MCO Report condotto su 1.000 italiani rappresentativi per età, genere, reddito e area geografica rivela profonde disuguaglianze territoriali, economiche e occupazionali nel diritto al riposo. La Sardegna guida la classifica negativa con il 30,3% della popolazione che dorme meno di 6 ore per notte (1 sardo su 3 in deficit cronico). Il Sud Italia registra complessivamente il 20,1% di privazione contro il 16,8% del Nord, mentre chi guadagna meno di €1000 al mese ha quasi 3 volte più probabilità di non dormire rispetto a chi ne guadagna €2500-3000.
In vista del World Sleep Day 2026, MCO Report pubblica questa analisi per accendere i riflettori su un'emergenza silenziosa che intreccia salute pubblica, disuguaglianze sociali e costi economici.
Il paradosso è evidente: il Sud Italia, storicamente associato a ritmi di vita più lenti e a una cultura della convivialità, emerge come l'area dove si dorme peggio. Le cause? Probabilmente un mix di stress economico, carenza di servizi sanitari territoriali per diagnosi e condizioni abitative spesso più disagiate nelle aree urbane.
La Sardegna, con il suo punteggio, rappresenta un caso emblematico: un'isola nota per longevità e qualità della vita (le famose "zone blu") che però non riesce a garantire sonno adeguato a un terzo dei suoi abitanti.
Il 21,5% dei disoccupati e il 19,6% delle casalinghe dorme meno di 6 ore per notte, percentuali significativamente più alte rispetto ai lavoratori dipendenti (15,4% sia full-time che part-time). Anche i liberi professionisti e partite IVA, categoria spesso associata a ritmi lavorativi intensi, registrano il 16,9% di privazione cronica.
Ma il dato più drammatico emerge guardando alla qualità del sonno. Tra chi dichiara sonno scarso o molto scarso, le casalinghe raggiungono il 33,7% e i disoccupati il 30,8%, più del doppio rispetto ai lavoratori dipendenti full-time (13,9%).
Come si spiega questo paradosso? Lo stress da mancanza di reddito, l'ansia per il futuro, le preoccupazioni economiche quotidiane erodono il sonno molto più delle ore di lavoro. Chi non ha un'occupazione stabile vive in uno stato di allerta costante che rende difficile l'addormentamento e frammentato il riposo notturno.
I lavoratori dipendenti, stando ai dati, dormono invece relativamente meglio. Gli studenti, infine, pur con ritmi spesso irregolari, sono la categoria meno toccata.
Ma questa privazione non colpisce tutti allo stesso modo. Il sondaggio di MCO Report condotto su 1.000 italiani rappresentativi per età, genere, reddito e area geografica rivela profonde disuguaglianze territoriali, economiche e occupazionali nel diritto al riposo. La Sardegna guida la classifica negativa con il 30,3% della popolazione che dorme meno di 6 ore per notte (1 sardo su 3 in deficit cronico). Il Sud Italia registra complessivamente il 20,1% di privazione contro il 16,8% del Nord, mentre chi guadagna meno di €1000 al mese ha quasi 3 volte più probabilità di non dormire rispetto a chi ne guadagna €2500-3000.
In vista del World Sleep Day 2026, MCO Report pubblica questa analisi per accendere i riflettori su un'emergenza silenziosa che intreccia salute pubblica, disuguaglianze sociali e costi economici.
La geografia del sonno: dove si dorme meno?
Se dovessimo disegnare una mappa del sonno italiano, il colore rosso scuro, quello della privazione cronica, coprirebbe soprattutto le regioni del Sud e delle Isole. La classifica vede nella top 3 Sardegna, Calabria e Puglia:- Sardegna: 30,3%
- Calabria: 26,9%
- Puglia: 26,0%
- Marche: 25,8% (unica del Centro nella top 5)
- Molise: 25,0%
Il paradosso è evidente: il Sud Italia, storicamente associato a ritmi di vita più lenti e a una cultura della convivialità, emerge come l'area dove si dorme peggio. Le cause? Probabilmente un mix di stress economico, carenza di servizi sanitari territoriali per diagnosi e condizioni abitative spesso più disagiate nelle aree urbane.
La Sardegna, con il suo punteggio, rappresenta un caso emblematico: un'isola nota per longevità e qualità della vita (le famose "zone blu") che però non riesce a garantire sonno adeguato a un terzo dei suoi abitanti.
Disoccupati e precari: chi non ha sicurezza economica dorme meno e peggio
Se il luogo di residenza influenza il sonno, la condizione occupazionale ed economica lo determina ancora di più. Ciò che emerge non è chi lavora troppo a dormire peggio, ma chi vive nell'incertezza economica.Il 21,5% dei disoccupati e il 19,6% delle casalinghe dorme meno di 6 ore per notte, percentuali significativamente più alte rispetto ai lavoratori dipendenti (15,4% sia full-time che part-time). Anche i liberi professionisti e partite IVA, categoria spesso associata a ritmi lavorativi intensi, registrano il 16,9% di privazione cronica.
Ma il dato più drammatico emerge guardando alla qualità del sonno. Tra chi dichiara sonno scarso o molto scarso, le casalinghe raggiungono il 33,7% e i disoccupati il 30,8%, più del doppio rispetto ai lavoratori dipendenti full-time (13,9%).
Come si spiega questo paradosso? Lo stress da mancanza di reddito, l'ansia per il futuro, le preoccupazioni economiche quotidiane erodono il sonno molto più delle ore di lavoro. Chi non ha un'occupazione stabile vive in uno stato di allerta costante che rende difficile l'addormentamento e frammentato il riposo notturno.
I lavoratori dipendenti, stando ai dati, dormono invece relativamente meglio. Gli studenti, infine, pur con ritmi spesso irregolari, sono la categoria meno toccata.

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