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L’insegnamento dei segni

Studiare Comunicazione per capire i media che ci circondano

Ne siamo immersi sino al collo eppure ne siamo ignari. Segni, immagini e slogan richiamano la nostra attenzione, ci persuadono, ci strillano muti indirizzandoci verso scelte che ci appaiono inevitabili e plasmandoci a loro piacimento. La «sfida al labirinto» dei segni, come scriveva Calvino, ci sfiora quotidianamente ma in quanti riescono a coglierla?

Semiotica, prossemica, linguistica. Solo alcune delle materie di studio di una fra le facoltà più giovani del nostro ordinamento, spesso etichettata come «facoltà ibrida e borderline». Serve davvero studiare comunicazione? Chiediamolo a Vito iscritto a Scienze della Comunicazione a Bologna.

«Studiare la comunicazione significa dover fare i conti con la contemporaneità che attraversa differenti ambiti e differenti discipline. La comunicazione si organizza e sviluppa attorno a processi sociali, economici, riguarda il pensiero sviluppato da filosofi che hanno analizzato le dinamiche di relazione e molto altro, come ad esempio la statistica e la psicologia. La teoria è fondamentale per organizzare il proprio bagaglio di conoscenze tale da decifrare poi ciò che realmente è la comunicazione, come essa agisce e come è agita da ognuno di noi».

Si tratta, insomma, di una facoltà multidisciplinare interessata alla formazione di competenze specifiche. «In Europa e USA» dice Vito «chi si occupa di comunicazione è ritenuto un professionista a tutti gli effetti al pari di medici, avvocati, manager aziendali. Non ho citato casualmente queste tre categorie: in tutte, la comunicazione, può svolgere un ruolo decisivo ad esempio nel rapporto con i pazienti oppure per migliorare l'interazione fra pubblico e privato, per accrescere la propria capacità argomentativa tanto da sviluppare una profonda consapevolezza dell'uso del linguaggio o ancora per costruire l'identità di un marchio o un prodotto».

A partire dagli anni Cinquanta, l'idea di «intellettuale tradizionale» o meglio, portavoce di un'ideologia comune, va pian piano dissolvendosi. L'intellettuale «moderno» è lo specialista, sottomesso alla mercificazione del sapere. Chiedo all'intervistato un suo parere: «innanzitutto, bisognerebbe capire cosa è "il sapere". Io mi accorgo di essere circondato da non-sapere venduto come sapere. Quindi a me pare che la risposta sia diversa: il non-sapere è una merce troppo spesso spacciata per sapere».

Ma in pratica cosa attende al laureato in Scienze della Comunicazione una volta fori dal circuito studentesco? «Sfatiamo un mito: studiare Scienze della comunicazione non significa unicamente dover praticare il mestiere da giornalista». Laurearsi in Scienze della Comunicazione «significa ad esempio poter diventare spin doctor o lavorare presso agenzie di comunicazione, marketing e pubblicità». Dietro qualsiasi marchio o prodotto si celano studi approfonditi ignoti all'inconsapevole fruitore. Compito dello specialista è quello di persuadere, manipolare la volontà dell'acquirente; il tutto senza lasciare tracce.
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