Festival della Disperazione
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Eventi e cultura

Festival della Disperazione: "altri tre giorni senza respiro"

Dal 26 al 28 giugno, si intrecciano letteratura, musica e riflessione civile nel chiostro cinquecentesco del Seminario Vescovile

Dopo il "battesimo" satirico del 21-22 giugno, il Festival della Disperazione entra nel vivo con tre serate consecutive – dal 26 al 28 giugno – che intrecciano letteratura, musica e riflessione civile nel chiostro cinquecentesco del Seminario Vescovile. Un micro-ciclo di appuntamenti pensato per raccontare, da angolazioni diversissime, il bisogno di immaginare alternative proprio quando la realtà sembra non concederne più.
Si comincia giovedì 26 (ore 20:00) con "La fila alle poste": Chiara Valerio prende spunto dal suo ultimo romanzo per inseguire – con la consueta grazia matematica – il filo invisibile che lega mistero, desiderio e ossessione quotidiana. Dal delitto irrisolto di una bambina alla vita segreta di una madre, l'autrice srotola un'indagine morale che attraversa il litorale laziale e approda al cuore sghembo di ciascuno spettatore. Poco dopo, alle 21:30, il noir di Massimo Carlotto incontra i sassofoni di Maurizio Camardi in "Danzate su di me": un blues letterario che suona l'amore tossico, le relazioni pericolose e la ribellione femminile contro il patriarcato contemporaneo.
Venerdì 27 (ore 21:00) il testimone passa a Mario Desiati con "La libreria del Malbianco" – reading e conversazione intorno all'omonimo romanzo in cui il Premio Strega 2022 esplora la fatica di viaggiare oltre le proprie origini, trasformando il passato in bussola per un futuro "più libero". Libri, diari, visioni e una domanda di fondo: quanto siamo disposti a perdere per non tradire noi stessi?
Il trittico si chiude sabato 28 (ore 21:00) con la lectio civile di Nicola Lagioia, già direttore del Salone del Libro di Torino. "L'affanno e la necessità – persistente – del lavoro culturale in un tempo di merda" è un invito a non arrendersi alla svalutazione dell'impegno intellettuale: la cultura come forma di resistenza, antidoto al linguaggio impoverito e strumento per ricucire il tessuto democratico.
L'invito è sempre lo stesso: partecipare numerosi perché la disperazione, da queste parti, non è mai fine a se stessa: è la miccia che accende nuove storie.
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