
Attualità
Strage Andria-Corato: dieci anni dopo, lo Stato abbraccia il dolore della Puglia
Il Presidente Mattarella stringe i familiari delle vittime. Bruno: «Ventitré case spente». Decaro: «Chiedo scusa a tutti»
Andria - domenica 12 luglio 2026
13.16
Ci sono ferite che il tempo non riesce a rimarginare, ma solo a trasformare in memoria viva. Questa mattina, la Puglia si è ritrovata in piazza dei Bersaglieri, di fronte alla Stazione Centrale di Andria, per dire che quel dolore, esploso dieci anni fa alle 11:05 di una giornata torrida tra gli ulivi argentei del chilometro 51 della ferrovia Andria-Corato, non è rimasto solo. La presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, arrivato per stringere in un lungo abbraccio i familiari delle vittime, ha dato alla commemorazione il senso di un pianto collettivo, ma anche di una promessa solenne dello Stato. La giornata ha vissuto di silenzi profondi e di una commozione pulita, priva di retorica. Come la scelta di Daniela Castellana, figlia di Enrico, una delle 23 vittime: ha deciso di non esserci, di evitare i flash e le autorità, rifugiandosi nella solitudine del suo dolore per ricordare i sorrisi e l'amore con suo padre. «Due cuori, uno solo. Per sempre», ha scritto sui social, testimoniando quanto la tragedia sia ancora carne viva nella quotidianità di chi resta. Subito dopo, si è tenuto il momento solenne della deposizione della corona di fiori, un omaggio silenzioso che ha unito tutte le istituzioni e i presenti nel ricordo di chi non c'è più.
Poi, all'istante esatto dell'impatto, la campana in piazza dei Bersaglieri ha battuto 23 rintocchi. Un tempo infinito, un silenzio totale e avvolgente che ha improvvisamente congelato il cuore della città, diventando l'unico lamento di sottofondo possibile per ricordare una morte così cruda. In questo clima di profondo rispetto, di fronte alla Stazione Centrale, le parole della sindaca di Andria, Giovanna Bruno, sono risuonate come una carezza ruvida, un misto di richiesta di perdono e di orgoglio civile. Parlando a nome di tutti i sindaci che con lei indossano la fascia tricolore, non ha nascosto le fragilità delle istituzioni in questo decennio, scusandosi per un agire formale che a volte è apparso goffo o misero di fronte alla dignità della sofferenza.
La sindaca ha voluto strappare le vittime alla freddezza dei verbali giudiziari, ricordando con forza che «non è la cifra di un incidente, sono 23 case spente» all'improvviso, con lo stesso accecante buio, così come gli oltre cinquanta feriti non sono figurine dell'album dell'orrore, ma persone che portano i segni della tragedia tatuati sul corpo. Con gli occhi lucidi ma la voce ferma, ha chiesto di non nascondere l'amarezza, perché questa rabbia è amore ferito che deve farsi memoria e spingere verso una legge nazionale, diventando un fiato sul collo costante per chi governa.
Un sentimento di sincera vicinanza che ha trovato un'eco profonda ed emotiva nell'intervento del Presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro. Decaro ha voluto pronunciare quei 23 nomi uno ad uno, restituendo un volto e una storia a Pasquale Abbasciano, Giuseppe Acquaviva, Serafina Acquaviva, Maria Aloysi, Alessandra Bianchino, Rossella Bruni, Pasqua Carnimeo, Enrico Castellano, Luciano Caterino, Michele Corsini, Albino De Nicolo, Salvatore Di Costanzo, Giulia Favale, Nicola Gaeta, Jolanda Inchingolo, Donata Pepe, Maurizio Pisani, Giovanni Porro, Fulvio Schinzari, Antonio Summo, Francesco Ludovico Tedone e Gabriele Zingaro.
Li ha nominati per ricordare che al Sud salire su un treno rappresenta da sempre la speranza di raggiungere un traguardo: un esame all'università, un posto di lavoro, una visita medica. La voce si è poi incrinata nel lasciare spazio a una confessione intima, che ha spogliato il ruolo istituzionale per mostrare l'uomo: «Sono il figlio di un macchinista. Chiedo scusa a nome di tutti», ha detto, ripensando a quando da bambino sognava di accompagnare suo padre a bordo di una locomotiva. Per lui il treno è sempre stato il simbolo del riscatto sociale, della libertà che gli ha permesso di studiare e di essere qui oggi, un'idea di futuro che fa a pugni con le macerie di quel maledetto binario unico su cui corre ancora il divario strutturale tra Nord e Sud. Un'ammissione di colpa dura e necessaria, arrivata chiedendo scusa ai pugliesi per non aver lottato abbastanza contro la rassegnazione del doversi accontentare.
La cerimonia si è conclusa con l'inaugurazione di una stele monumentale posta all'esterno della stazione ferroviaria, un momento solenne che ha preceduto il congedo del Capo dello Stato. Subito dopo la partenza del Presidente Mattarella, mentre la piazza si svuotava lentamente sotto il sole cocente, è rimasta forte la sensazione che da oggi quel dolore sia diventato un impegno comune: non permettere mai più che viaggiare verso il futuro significhi rischiare la vita.
Poi, all'istante esatto dell'impatto, la campana in piazza dei Bersaglieri ha battuto 23 rintocchi. Un tempo infinito, un silenzio totale e avvolgente che ha improvvisamente congelato il cuore della città, diventando l'unico lamento di sottofondo possibile per ricordare una morte così cruda. In questo clima di profondo rispetto, di fronte alla Stazione Centrale, le parole della sindaca di Andria, Giovanna Bruno, sono risuonate come una carezza ruvida, un misto di richiesta di perdono e di orgoglio civile. Parlando a nome di tutti i sindaci che con lei indossano la fascia tricolore, non ha nascosto le fragilità delle istituzioni in questo decennio, scusandosi per un agire formale che a volte è apparso goffo o misero di fronte alla dignità della sofferenza.
La sindaca ha voluto strappare le vittime alla freddezza dei verbali giudiziari, ricordando con forza che «non è la cifra di un incidente, sono 23 case spente» all'improvviso, con lo stesso accecante buio, così come gli oltre cinquanta feriti non sono figurine dell'album dell'orrore, ma persone che portano i segni della tragedia tatuati sul corpo. Con gli occhi lucidi ma la voce ferma, ha chiesto di non nascondere l'amarezza, perché questa rabbia è amore ferito che deve farsi memoria e spingere verso una legge nazionale, diventando un fiato sul collo costante per chi governa.
Un sentimento di sincera vicinanza che ha trovato un'eco profonda ed emotiva nell'intervento del Presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro. Decaro ha voluto pronunciare quei 23 nomi uno ad uno, restituendo un volto e una storia a Pasquale Abbasciano, Giuseppe Acquaviva, Serafina Acquaviva, Maria Aloysi, Alessandra Bianchino, Rossella Bruni, Pasqua Carnimeo, Enrico Castellano, Luciano Caterino, Michele Corsini, Albino De Nicolo, Salvatore Di Costanzo, Giulia Favale, Nicola Gaeta, Jolanda Inchingolo, Donata Pepe, Maurizio Pisani, Giovanni Porro, Fulvio Schinzari, Antonio Summo, Francesco Ludovico Tedone e Gabriele Zingaro.
Li ha nominati per ricordare che al Sud salire su un treno rappresenta da sempre la speranza di raggiungere un traguardo: un esame all'università, un posto di lavoro, una visita medica. La voce si è poi incrinata nel lasciare spazio a una confessione intima, che ha spogliato il ruolo istituzionale per mostrare l'uomo: «Sono il figlio di un macchinista. Chiedo scusa a nome di tutti», ha detto, ripensando a quando da bambino sognava di accompagnare suo padre a bordo di una locomotiva. Per lui il treno è sempre stato il simbolo del riscatto sociale, della libertà che gli ha permesso di studiare e di essere qui oggi, un'idea di futuro che fa a pugni con le macerie di quel maledetto binario unico su cui corre ancora il divario strutturale tra Nord e Sud. Un'ammissione di colpa dura e necessaria, arrivata chiedendo scusa ai pugliesi per non aver lottato abbastanza contro la rassegnazione del doversi accontentare.
La cerimonia si è conclusa con l'inaugurazione di una stele monumentale posta all'esterno della stazione ferroviaria, un momento solenne che ha preceduto il congedo del Capo dello Stato. Subito dopo la partenza del Presidente Mattarella, mentre la piazza si svuotava lentamente sotto il sole cocente, è rimasta forte la sensazione che da oggi quel dolore sia diventato un impegno comune: non permettere mai più che viaggiare verso il futuro significhi rischiare la vita.


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