
Eventi e cultura
Sold out per "Un colpo alla vita" del regista Massimiliano Tedeschi
Un'occasione, quella andata in scena al Politeama di Bisceglie, per richiamare l'attenzione sul tema dell'assistenza ai malati di Sla
Andria - giovedì 4 giugno 2026
8.48
Il preannunciato successo del mediometraggio "Un Colpo alla Vita" del regista Massimiliano Tedeschi, si è puntualmente verificato Il 30 maggio. Infatti, il cinema teatro Politeama di Bisceglie ha registrato il sold out.
Dopo la proiezione dell'opera vissuta dall'intera platea con palpitante intensa sensazione, il giornalista Franco Tempesta ha presentato il regista, palesemente emozionato per gli scroscianti applausi.
Tedeschi ha spiegato come è nato il progetto di affrontare il tema sulla "Sclerosi Laterale Amiotrofica" ed i rischi che si potevano correre in considerazione della tematica così impegnativa. «Per riuscire nell'intento mi sono immerso nello studio e nelle ricerche approfondite dei vari trattati de quo perché il desiderio di accendere ancor di più il "faro" sulla sofferenza dei pazienti, sui loro familiari, sui grandi disagi che ne derivano, sulla carenza di assistenza domiciliare, sulla abnegazione e sacrifici dei ricercatori scientifici, dei medici e delle associazioni interessate, era così grande che bisognava superare ad ogni costo le difficoltà. Ho potuto contare anche sul contributo di informazioni delle Associazioni del settore "A.I.S.L.A. A.P.S." di Milano e "Luca Coscioni" di Roma, che, attraverso le rispettive "cellule" di Bari, hanno presenziato all'evento».
Rimaneva il compito arduo di affidare le parti di protagonista. Le scelte sono ricadute de plano su due professionisti di collaudata esperienza e soprattutto di estrema sensibilità che i ruoli richiedevano: la barese Simona Rutigliano ed il biscegliese Nicola Losapio che hanno commentato la propria esperienza.
Simona Rutigliano: «Affrontare il personaggio di Claudia è stato forse il lavoro più difficile della mia carriera. Per prepararmi ho studiato il movimento, il respiro, la postura: la SLA cambia il corpo in modo lento e implacabile ed io dovevo raccontarlo con verità. Ho visionato film, documentari, ho parlato con medici, pazienti e con familiari di pazienti per capire cosa non si vede : la fatica di ogni gesto, la frustrazione, ma anche la lucidità che resta. La vera sfida è stata emotiva. Ogni giorno sul set dovevo entrare in una fragilità così profonda e poi uscirne per tornare a casa. La difficoltà più grande non era il corpo, era non tradire l'anima del personaggio. Dovevo essere credibile nel dolore, ma senza rubare dignità a chi la vive davvero. È stato un atto di responsabilità, prima che di recitazione. Voglio comunque ringraziare il regista Massimiliano Tedeschi che pur esigente crea la giusta atmosfera per la scena mettendoci nelle condizioni psicologiche ideali soprattutto in questa opera»;
Nicola Losapio: «Non è stato facile immedesimarmi nel marito di Claudia che giorno dopo giorno viene costantemente aggredita da quella terribile malattia, tanto che nonostante il grande amore che prova per lei si rifugia disperato nelle braccia di un'altra donna. Poi ritorna in sé e cerca in tutti i modi didissuadere Claudia dal desiderio senza ritorno del suicidio medicalmente assistito, affidandosi anche alla fede».
A seguire, anche le coprotagoniste hanno commentato i propri ruoli:
A tutti loro il pubblico ha tributato un lungo applauso.
Dopo la proiezione dell'opera vissuta dall'intera platea con palpitante intensa sensazione, il giornalista Franco Tempesta ha presentato il regista, palesemente emozionato per gli scroscianti applausi.
Tedeschi ha spiegato come è nato il progetto di affrontare il tema sulla "Sclerosi Laterale Amiotrofica" ed i rischi che si potevano correre in considerazione della tematica così impegnativa. «Per riuscire nell'intento mi sono immerso nello studio e nelle ricerche approfondite dei vari trattati de quo perché il desiderio di accendere ancor di più il "faro" sulla sofferenza dei pazienti, sui loro familiari, sui grandi disagi che ne derivano, sulla carenza di assistenza domiciliare, sulla abnegazione e sacrifici dei ricercatori scientifici, dei medici e delle associazioni interessate, era così grande che bisognava superare ad ogni costo le difficoltà. Ho potuto contare anche sul contributo di informazioni delle Associazioni del settore "A.I.S.L.A. A.P.S." di Milano e "Luca Coscioni" di Roma, che, attraverso le rispettive "cellule" di Bari, hanno presenziato all'evento».
Rimaneva il compito arduo di affidare le parti di protagonista. Le scelte sono ricadute de plano su due professionisti di collaudata esperienza e soprattutto di estrema sensibilità che i ruoli richiedevano: la barese Simona Rutigliano ed il biscegliese Nicola Losapio che hanno commentato la propria esperienza.
Simona Rutigliano: «Affrontare il personaggio di Claudia è stato forse il lavoro più difficile della mia carriera. Per prepararmi ho studiato il movimento, il respiro, la postura: la SLA cambia il corpo in modo lento e implacabile ed io dovevo raccontarlo con verità. Ho visionato film, documentari, ho parlato con medici, pazienti e con familiari di pazienti per capire cosa non si vede : la fatica di ogni gesto, la frustrazione, ma anche la lucidità che resta. La vera sfida è stata emotiva. Ogni giorno sul set dovevo entrare in una fragilità così profonda e poi uscirne per tornare a casa. La difficoltà più grande non era il corpo, era non tradire l'anima del personaggio. Dovevo essere credibile nel dolore, ma senza rubare dignità a chi la vive davvero. È stato un atto di responsabilità, prima che di recitazione. Voglio comunque ringraziare il regista Massimiliano Tedeschi che pur esigente crea la giusta atmosfera per la scena mettendoci nelle condizioni psicologiche ideali soprattutto in questa opera»;
Nicola Losapio: «Non è stato facile immedesimarmi nel marito di Claudia che giorno dopo giorno viene costantemente aggredita da quella terribile malattia, tanto che nonostante il grande amore che prova per lei si rifugia disperato nelle braccia di un'altra donna. Poi ritorna in sé e cerca in tutti i modi didissuadere Claudia dal desiderio senza ritorno del suicidio medicalmente assistito, affidandosi anche alla fede».
A seguire, anche le coprotagoniste hanno commentato i propri ruoli:
- La molfettese Chiara Sgherza: «Interpretare il ruolo della madre che perde una prima figlia e poi l'altra a causa della SLA è stato molto doloroso perché bisognava immedesimarsi in quella madre e non era affatto facile. Credo di esserci riuscita grazie anche ai consigli del regista»;
- La tranese Valux Cuna: «Interpretare il ruolo dell'amante non è significato semplicemente mettere in scena il desiderio, ma farsi carico del peso dell'invisibilità. Questa figura l'ho vissuta come custode del tempo sospeso. Non le appartengono i giorni ordinari, ma frammenti di ore rubate al dovere. Una figura spesso stereotipata in un porto sicuro e al tempo stesso in una dolorosa gabbia emotiva. Interpretare l'amante ha richiesto molta grazia rara, dove bisogna unire passione, colpa, segreto e vulnerabilità. Credo di aver saputo corrispondere alla richiesta interpretativa del regista»;
- Carmen Roselli: «Interpretare la sorella di Claudia è stata sicuramente una emozione indescrivibile soprattutto allorquando l'ammalata sapendo di dover morire mi affida nostra nipote che le era stata affidata a sua volta da nostra sorella Maria, deceduta qualche anno prima per la stessa malattia. In quel momento, pur sapendo di interpretare un ruolo, ho avvertito una forte emozione tanto da piangere senza alcuno sforzo scenico».
- del dottor Mauro Abate, vicepresidente vicario nazionale confcooperative Sanità: «Oggi più che mai, abbiamo il dovere di sensibilizzare i governi e l'Europa a sovvenzionare la ricerca. L'unica soluzione possibile, per avere e dare speranza ai malati delle malattie neuro degenerative e alla SLA in particolare. Le percentuali che i governi riservano alla ricerca sono irrisorie, ogni anno sono sempre meno, a fronte invece di sprechi inenarrabili nei bilanci. Il film "Un Colpo alla Vita" ben diretto e ben interpretato è stato un vero sprone in tal senso»;
- della dottoressa Loredana Paglialonga della "A.I.S.L.A. APS": «Aldilà delle posizioni personali, delle sfumature narrative o dei dibattiti che questa opera può sollevare, c'è un valore che per noi è indiscutibile, assoluto e profondamente lodevole, la capacità di questo film di farsi vicino alle nostre sofferenze. Questo mediometraggio ha il merito di non nascondere la realtà. La professionalità e umanità degli attori coinvolti e ben diretti dal regista Tedeschi, lo rende drammaticamente reale. Un film triste, tristissimo che identifica le fasi più dolorose ma che dona un finale per quanto inevitabile, inaspettato: lascia allo spettatore la libertà di scegliere sul tema così tanto delicato quanto complesso: L'eutanasia. Da oltre 40 anni, la nostra associazione ha grandi priorità: fare in modo che la sofferenza non si trasformi mai in solitudine. Sappiamo bene che la SLA è una malattia ad altissima complessità, che richiede competenze super specialistiche. E sappiamo anche, purtroppo, che in Italia esiste una grande ingiustizia: la qualità dell'assistenza clinica e la rapidità delle risposte non possono e non devono dipendere dal codice postale o dalla regione in cui si vive. Perché molti di noi vogliono vivere, nonostante i tanti compromessi e rinunce che la malattia impone. Ed ecco una risposta concreta con il progetto sperimentale "Ovunque Vicini" che stiamo realizzando, in collaborazione con i centri NeMo e l'applicazione Isa, e che tende a facilitare il contatto tra le famiglie, gli specialisti ed il territorio, affinché nessuno venga lasciato solo di fronte alla SLA»;
- del dottor Nino Sisto della associazione "Luca Coscioni": «Un colpo alla vita mette a nudo, con forza, realismo e senza filtri, ciò che molti malati schiacciati da sofferenze divenute intollerabili affrontano ogni giorno: l'assenza di risposte, di percorsi chiari e di tempi definiti da parte delle ASL per accedere al SMA; una mancanza che li costringe sempre più a rivolgersi alla Svizzera. Io della "cellula" di Bari denuncio l'urgenza di garantire diritti realmente esigibili e sicuri attraverso atti legislativi conformi alla sentenza 242/2019, così da porre fine una volta per tutte al ricorso forzato al turismo sanitario».
A tutti loro il pubblico ha tributato un lungo applauso.


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