Antonio Abruzzese
Antonio Abruzzese
Vita di città

Ad Andria Antonio Abruzzese coniuga i suoi studi enogastronomici a quelli teologici

Dall’amore per la cucina, a quella per Dio, fino ai piatti tipici pasquali: parla ‘The cooking man’

Un amore per la cucina che arriva fino a combaciare direttamente con l'amore per Dio: è la storia di Antonio Abruzzese, un giovane padre di famiglia andriese, laureato in Teologia e in beni Enogastronomici. Un percorso che Antonio – in arte the cooking man – ha reso suo a tutto tondo.
Abbiamo chiesto quindi ad Antonio di parlaraci un po' di lui, di questa sua esperienza e considerando il periodo e la sua padronanza in ambito culinario anche dei piatti tipici pasquali ad Andria.

Come sei passato dal baccellierato in teologia alla laurea in beni enogastronomici? C'è un legame tra i due?

«È avvenuto tutto in maniera casuale, perché io mi sono diplomato presso l'alberghiero di Molfetta nel 2009. Poi successivamente il desiderio, la passione di – oltre i fornelli – conoscere il mondo universitario – in modo particolare quello dei cibi – mi ha portato a iscrivermi alla facoltà di agraria (corso scienze, tecnologia alimentare, beni enogastronomici) e di lì ho conseguito la laurea triennale che mi ha permesso di vedere dal punto di vista chimico, fisico, nutrizionale, in maniera più approfondita gli alimenti e mi ha dato un'infarinatura generale. Anche perché ero e sono convinto che i cuochi attualmente sanno molto spesso realizzare dolci, primi, secondi, ma non sanno in maniera approfondita il perché a volte devono fare determinati passaggi, che molto spesso vengono fatti solo per esperienza e non per una conoscenza a livello tecnico-pratico.

Poi io ho frequentato sempre la parrocchia e una domenica sono rimasto colpito da un passo del Vangelo: 'Il giovane ricco'. Lui dice 'Lascia tutto e seguimi': e io in passato lavoravo in un ristorante e mi pagavo gli studi universitari. La mia guida spirituale mi disse di interrompere il lavoro, perché forse il Signore mi stava chiamando ad altro. E quindi automaticamente io mi sono licenziato, mi sono laureato e poi sono entrato nel Seminario Maggiore dove ho fatto un percorso vocazionale. Sono stato circa tre anni, dove mi sono iscritto alla facoltà teologica e poi ho frequentato il cammino di discernimento vocazionale. Dopo aver terminato questo cammino - al termine del secondo anno – praticamente sono uscito dal seminario e ho percepito che la mia vocazione era diventare padre di famiglia.

Dato che ero al secondo anno di filosofia dell'anno accademico teologico, ho deciso di provare a continuare a studiare presso l'Università teologica. Lavorando e studiando sono riuscito a conseguire la seconda laurea. Con questa seconda laurea io ho dato vita al baccellierato in Sacra Teologia: la mia laurea ha un taglio soprattutto pastorale. Infatti è intitolata: 'Il cibo come strumento di educazione etico e a livello morale'. Attraverso la cucina, l'esperienza dell'alberghiero ho cercato di fare laboratori pratici e poi gli studi universitari teologici mi permetteno di spiegare e trarre la morale. Uno di questo, ad esempio, è l'arte di fare il pane, di impastare, proprio come impasti le relazioni, bisogna saper mescolare, aggiungere il sale, bisogna saper inserire – e in questo caso – fare scelte al momento giusto e al posto giusto»


Pensi che la cultura per il cibo si possa accostare a ogni ambito della vita? Che sia quello religioso, sportivo, sociale?
«Sì, il cibo si sposa tranquillamente in tutti i settori, in tutti gli ambiti. Ad esempio attraverso lo sport, il quale ha un ruolo fondamentale basato sulla nutrizione, quindi saper gestire i principi nutritivi, le proteine. Ovviamente poi ogni persona, in base all'attività fisica che fa, tende ad avere una propria alimentazione. Ma quello che noto è che il cibo – anche a livello sociale – attrae. Perché anche nel Nuovo testamento Gesù creava intimità con il cibo: si creano legami.

Quindi ci si conosce attraverso un calice di vino, attraverso una festa dove c'è buon cibo e a questo punto mi vengono in mente i matrimoni. I matrimoni in Puglia sono belli perché coinvolgono tutti i cinque sensi: in modo particolare l'udito per la buona musica. Il cibo è un tassello che viene inserito in un contesto unico: qualcosa che si relaziona con la musica. Il cibo è l'abbigliamento, è l'olfatto, gli odori che lo stesso emana.

Se ci facciamo caso, anche nella Santa Messa vengono coinvolti i cinque sensi, ad esempio: scambiare il segno di pace – il tatto – oppure l'incenso – l'olfatto – oppure un altro senso coinvolto è l'udito e poi per ultimo la Comunione, il Banchetto Eucaristico – creare comunione e quindi mangiare il pane. Così come avviene nella liturgia – con lo spezzare il pane con Gesù – avviene anche nella quotidianità: cibo che dà vita a questa bellezza»


Parlando di cibo ed essendo iniziato il periodo che conduce alla Pasqua, quali sono i piatti tipici pasquali che ad Andria non possono mancare?

«In modo particolare è il calzone con gli sponsali. Gli sponsali sono dei bulbi che vengono raccolti durante il periodo primaverile. Questo calzone con questi sponsali saltati in padella – o sul fuoco a legna come accadeva in passato – con l'aggiunta di alici e uva passa. Quest'ultima è caratteristica perché in quanto gli dà quel sapore agrodolce. Ecco questo è il piatto tipico andriese. Poi c'è anche l'agnello cotto in terracotta con lampascioni, funghi cardoncelli e sponsali gratinati tutti insieme. In dialetto dovrebbe chiamarsi 'u ktrritt'. Questi sono tutti piatti tipici pasquali primaverili. L'agnello, ovviamente, come segno di risurrezione»
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