Screenema

Room, nessuno si salva da solo

Una storia di speranza firmata Lenny Abrahamson

«There's two side of everything»: dentro e fuori, realtà e finzione, verità e bugia, luce e buio.

La storia di Jack e "Ma", reinterpretata nel romanzo di Emma Donoghue e nella sceneggiatura della stessa autrice, ma ispirata a vicende realmente accadute, si consuma nel solco e nel passaggio tra gli opposti. Tra due parti. Tra la stanza e il mondo. Stanza che per "Ma" è una piccolissima e fetida parte del mondo mentre per Jack è il modo intero ed è divertente, fatto a sua misura. La differenza sta nel punto di vista.

Dalla prigionia di sette anni, passando per la fuga, sino ad arrivare al dramma psicologico quella che qui si racconta è una (ri)nascita che viene innescata dalla necessità di credere ancora e di insegnare a credere in qualcosa di più grande. Un'ambizione che è desiderio di sopravvivenza. Citando la Mazzantini, è un percorso per venire la mondo che trae origine dal presupposto che nessuno si salva da solo. Perché «no one is strong alone. We help each other to be strong». Room è questo. Un film rivelazione che racconta la storia della salvezza di una ragazza e di suo figlio dalle grinfie del malvagio "Old Nick" (in inglese Old Nick indica il diavolo) che richiede una crescita repentina di entrambi, indispensabile per non soccombere. Così i cinque anni del piccolo Jack sono, al tempo stesso, troppo pochi per conoscere il mondo e troppi per chi è già entrato in contatto con tutta la sua violenza. Jack, nato nel buio di una stanza/prigione, verrà alla luce (letteralmente) solo dopo il suo quinto compleanno e dopo la fuga, in un'altra stanza, quella di un ospedale, troppo bianca, troppo grande e soprattutto troppo luminosa. Finite le vitamine, per Jack sarà giunto il momento di sviluppare autonomamente le difese immunitarie necessarie per resistere sotto il peso di una conoscenza rivoluzionaria e rivelatrice (il rapimento e la violenza subite da sua madre) che lo sorprenderà come una doccia fredda. Perché la verità può essere violenta per chi sino ad allora ha vissuto nella menzogna di una realtà inventata, raccontata e filtrata attraverso la tv e un piccolo e irraggiungibile lucernaio sul soffitto. Improvvisamente la relazione assoluta madre/figlio, spalancate le porte della prigione, si apre all'esterno, si espone esce allo scoperto e si relativizza. Jack dovrà con-dividere sua madre col mondo mentre "Ma" potrà finalmente lasciarsi andare, smettendo di essere forte per lui. E proprio quando sarà pronta a deporre le armi e a cedere al desiderio di morte, sarà la forza dell'amore normale, scontato, unico ed eccezionale di suo figlio a salvarla, ancora una volta, dopo averla salvata ogni giorno per cinque anni. Anni in cui lei ha visto negli occhi di Jack la vera via di fuga, l'unica chance, una possibilità, il biglietto di sola andata per il mondo, la speranza che non muore mai, neppure se segregata nell'oscurità opprimente di nove metri quadrati.

Room è un film che si guarda col cuore e con tutta la rabbia e l'amore di cui esso è capace. Le regia immersiva di Lenny Abrahamson e la recitazione da Oscar di Brie Larson (l'Oscar come migliore attrice protagonista lo ha vinto davvero) e dell'enfant prodige Jacob Tremblay fanno nascere un feeling tra i due protagonisti a dir poco stupefacente, da far invidia. La scenografia spettacolare di Mary Kirkland racchiude in una stanza tutto l'essenziale del mondo e ha il sapore di una realtà vissuta in uno spazio ridotto ai minimi termini che riesce a contenere tutto, tranne il desiderio di essere se stessi, di vivere, di essere libri. Così, una volta aperto un varco il mondo invaderà quello spazio troppo stretto, buttandone giù le pareti irreversibilmente. E non c'è stanza senza porte chiuse. Allora, il bozzolo diventa farfalla e impara a camminare, a correre, al volare, a spalancare le braccia e a respirare in una dimensione sconfinata dove tutto è mondo, tutto è nuovo, tutto è magnifico, tutto è da scoprire, tutto è illuminato, tutto è vita e tutto è libertà.
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