Screenema

Dalton Trumbo: chi la dura la vince

Cranston nei panni del rivoluzionario sceneggiatore americano del dopoguerra

Da panettiere a scrittore notturno per Vanity Fair, da scrittore a tempo pieno per l'Hollywood Spectator, a valutatore di sceneggiature per gli studios, da scrittore di romanzi a sceneggiatore premio Oscar. La carriera di Dalton Trumbo è un climax e se a primo impatto non ricordate il suo nome, non disperate, in parte siete giustificati. Sì, perché all'acme della sua carriera, le sue idee comuniste portarono Trumbo ad essere annoverato tra gli Hollywood Ten: dieci professionisti del cinema che, sospettati di simpatie comuniste furono sospesi e boicottati dall'industria hollywoodiana per anni. Il nome di Dalton Trumbo sulla blacklist non fu in grado però di oscurarne il talento. Incarnando perfettamente gli ideali per i quali si batteva, Trumbo continuò a scrivere sceneggiature sotto mentite spoglie o con uno pseudonimo o per altri autori. Il risvolto curioso della vicenda fu che talvolta si trattò di sceneggiature premiate dall'Academy, una su tutte, quella di Vacanze Romane.

Trumbo fu a lungo nell'occhio del ciclone della HCUA, la commissione per le attività antiamericane che più volte lo interrogò e davanti alla quale non rinnegò mai le sue simpatie 'rosse', scelta che gli valse anche la detenzione in carcere per quasi un anno.

Il ritorno di Trumbo sugli schermi con la proprio riconquistata identità fu merito di due film: Spartacus di Stanley Kubrick interpretato dal giovane Kirk Douglas e Exodus del regista tedesco Otto Preminger. Nonostante ciò, causa ancora la diffusa e tangibile paura del comunismo, l'America hollywoodiana continuò a ritenere pericolosi film realizzati da filocomunisti o presunti tali, sebbene l'ostracismo verso gli Hollywood Ten andava via via affievolendosi. Per alcune sceneggiature, beffeggiando il sistema hollywoodiano, anche dopo la fine delle condanne, Trumbo non ammise mai apertamente che in calce recassero la sua firma, a riprova di questo, alcuni riconoscimenti della sua autorialità arrivarono anche a decenni di distanza dalla sua morte.

Il biopic su Trumbo, egregiamente portato sullo schermo dal fenomeno Cranston (recente e sorprendente rivelazione da Breaking Bad in poi), rivela la personalità di un artista coerente e che rimase tale (arista e coerente) nonostante i tempi difficili e il facile ma tanto pericoloso fascino della fama. A dimostrare che per Trumbo scrivere era un mestiere e un bisogno dettati dal talento innato e poco avevano a che vedere con la spasmodica ricerca della gloria. Trumbo rimase sino alla fine quel giovane panettiere degli esordi, sempre con le mani in pasta, sempre a far lievitare la farina del suo sacco e sempre dietro le quinte del suo laboratorio pronto a sfornare storie appetibili per le produzioni e per i registi e appetitose per il pubblico e per l'Academy, in barba ai veti.

Bryan Cranston ci restituisce un Trumbo leale, credibile, ostinato e degno di rispetto approcciandosi da ghost-actor e lasciando spazio sulla scena ad una personalità silenziosa ma rivoluzionaria come quella dello sceneggiatore americano che dagli anni Quaranta ai Sessanta ha involontariamente lasciato un segno importante nella storia del cinema.

Una sottile e curiosa analogia accomuna la storia di Dalton Trumbo a quella di Bryan Cranston: entrambi sono stati ricompensati per il proprio impegno e riconosciuti meritevoli di lode per il proprio talento in una fase delle loro vite in cui sembrava che i giochi fossero ormai fatti. Vero è, allora, che se la speranza è l'ultima a morire, nell'attesa, tanto vale occuparsi piuttosto che preoccuparsi e nel dubbio tra il non fare e l'agire conviene sempre adoperarsi, rimboccarsi le maniche, continuare e perseverare nelle proprie idee, perché i talenti non recano da nessuna parte le indicazioni della data di scadenza.
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