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Caporalato in agricoltura: una piaga che affligge le campagne italiane

Chi sono i nuovi schiavi invisibili

Talla Seck era un uomo senegalese di 56 anni. È morto il 3 febbraio ucciso dalle esalazioni di monossido di carbonio provenienti dalla sua stufa a carbone, improvvisata nella tendopoli in cui viveva ad Andria. Lavorava a giornata nella raccolta delle olive.

Paola Clemente era una donna italiana di 49 anni. È morta il 13 luglio scorso mentre svolgeva il lavoro di acinellatura dell'uva, ossia l'eliminazione manuale di piccoli acini dai grappoli d'uva, nelle campagne di Andria. Viveva a San Giorgio Jonico, ogni mattina si alzava alle due e percorreva 150 chilometri per guadagnare trenta euro al giorno.

Sono solo alcune delle vittime del caporalato, un fenomeno molto diffuso che colpisce allo stesso modo migranti ed indigeni. Un sistema di sfruttamento della manodopera a basso costo che pur essendo un reato continua a mietere vittime in tutta Italia, circa 13 solo nella scorsa bollente estate, tra l'omertà dei più e la mancanza di adeguati controlli da parte delle autorità .

I braccianti sono pagati con salari miseri, spesso a cottimo, senza che siano riconosciute loro le adeguate protezioni sia in termini di sicurezza che dal punto di vista igienico sanitario. Vengono reclutati dal "caporale" che oltre a adescare e trasportare alle prime luci dell'alba i malcapitati braccianti nei vari campi agricoli della regione, contratta con le aziende il prezzo della manodopera. Ovviamente il prezzo che l'azienda paga al caporale è molto diverso da quello che poi arriva effettivamente al bracciante sfruttato al quale per 1 giornata di lavoro nei campi sotto il sole cocente di luglio e agosto, senza pausa, acqua o qualcosa da mangiare, riceve un compenso irrisorio: circa 1 o 2 euro per ogni cassetta di pomodori, fragole o uva raccolti o stoccati, circa 20-30 euro per 12, a volte 14, ore di lavoro.

Gli ultimi dati raccolti in Puglia sullo sfruttamento della manodopera agricola registrano una nuova tendenza del caporalato ossia preferire la manovalanza femminile rispetto a quella maschile, e preferire le donne italiane a quelle straniere perché più mansueta, ricattabili e quindi più facilmente sfruttabile e restie alla denuncia o all'insubordinazione. Secondo le stime del sindacato Flai CGIL sono circa 40.000 le donne braccianti pugliesi vittime del caporalato, molte volte nascosto sotto altri tipi di licenze per evitare i controlli da parte delle autorità.

Soprattutto se stranieri, sono costretti a vivere in ghetti malsani privi di tutto. Dal Piemonte alla Sicilia, sono centinaia gli insediamenti di fortuna in cui abitano stagionalmente i lavoratori agricoli: masserie abbandonate e in rovina, tendopoli costruite con legna e cartone, ex fabbriche in disuso. Nella sola Puglia si calcolano, secondo un recente rapporto della Cgil, oltre cinquantamila braccianti in nero distribuiti in 55 ghetti. Il più noto di questi, il cosiddetto "Gran ghetto" di Rignano Garganico, arriva a ospitare all'apice della raccolta di pomodori in estate fino a 2500 persone. Da qui, da una baracca di plastica e cartone, sulla frequenza 97.0, trasmette Radio Ghetto, il media multilingue e multiculturale che, nonostante le intimidazioni, da voce ai migranti. Nata nell'estate 2012 per iniziativa di una rete di associazioni, Campagne in lotta, negli anni sono stati in tanti a sostenerla: da Radio Bekwith evangelica, che ha dato in prestito la prima antenna e il trasmettitore, alla fondazione olandese Xminy, con due finanziamenti nel 2013 e 2015. Banchetti e iniziative di autofinanziamento hanno fatto il resto, insieme al costante sostegno delle associazioni Sos Rosarno e Io ci sto (che a sua volta porta al Ghetto circa cinquanta volontari a settimana per tutta l'estate).

Nelle campagne del foggiano operano anche due ambulatori itineranti di Emergency, una squadra di medici e mediatori culturali che da anni si occupa di portare un'assistenza di base vicino ai campi.

Il governo si è mostrato intenzionato a combattere energicamente il fenomeno approvando un disegno di legge che introduce strumenti operativi contro il caporalato tanto dal lato amministrativo quanto dal lato penale, dove viene equiparato ai reati di mafia.

Si punta molto sul rafforzamento della "Rete del lavoro agricolo di qualità", voluta come sperimentazione unica in Europa, creando una certificazione etica del lavoro agricolo e costruendo una cabina di regia che mette insieme Inps, sindacati, organizzazioni agricole e Istituzioni. ll "certificato di qualità" non è un semplice bollino di natura burocratica ma attesta il percorso delle verifiche puntuali e preventive effettuate individuando e valorizzando le aziende virtuose.

Le misure del governo non toccano però la rete distributiva. Come sottolineano le associazioni di categoria, la gestione dei prezzi nella filiera agro-alimentare è totalmente sbagliata, poiché consegna tutto il profitto all'industria della trasformazione e alle catene di supermercati lasciando pochissimi margini ai produttori.

Se la grande distribuzione e i grossisti impongono alle aziende agricole di vendere i pomodori a otto centesimi per chilo, con questi prezzi nessun imprenditore può pagare degnamente un bracciante, perché non copre i costi di produzione e di raccolta.

Intanto a Lecce è in corso il "processo Sabr" (dal nome di uno degli imputati), in cui alcuni caporali e imprenditori agricoli sono accusati di aver sfruttato i braccianti stranieri con l'imputazione pesantissima di "riduzione in schiavitù". La Regione Puglia e la Cgil si sono costituite parte civile, mentre il comune di Nardò ha rifiutato di farlo, una spia della difficoltà ad affrontare questo problema sul territorio.
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