Biologica-Mente

Sperimentazione animale: questo sconosciuto (Parte II)

Tutte le pseudoverità sull’argomento del momento

Continuiamo l'analisi dei punti riguardanti il dibattito sulla sperimentazione animale iniziato nella scorsa puntata.

3) Uomini e animali sono troppo diversi perché la sperimentazione animale abbia validità scientifica. Falso. A questo proposito sono stati introdotti gli "organismi modello", specie ampiamente studiate, che possiedono particolari caratteristiche riguardo il ciclo di vita e la facilità di allevamento e mantenimento. Organismi modello appartengono al mondo degli insetti, dei vermi, dei pesci, dei piccoli roditori e in misura minore anche dei mammiferi più grandi come cani e scimmie (l'uso di tali animali si è notevolmente ridotto grazie anche alle nuove normative imposte). L'utilità consiste nel fatto che anche se possono esserci differenze a livello macroscopico, se parliamo di DNA la prospettiva cambia. I geni coinvolti in importanti vie metaboliche e nella codificazione di proteine fondamentali si conservano durante l'evoluzione, a riprova del loro fondamentale contributo. Basti pensare che un topo e un essere umano condividono l'85% del patrimonio genetico. Stessa cosa tra uno scimpanzé e un uomo, solo che la percentuale arriva al 99%. Questo significa che, anche se un topolino può sembrare più o meno distante evolutivamente da un essere umano, i processi all'interno del suo organismo a livello molecolare, cellulare e metabolico sono molto più simili di quanto ci si aspetti e possono risultare di fondamentale importanza per la loro comprensione.

4) La sperimentazione animale è inutile e obsoleta. Falso. La sperimentazione animale, ad oggi, è ancora una tappa fondamentale della sperimentazione scientifica. Essa si basa sul metodo scientifico sperimentale e viene utilizzata per esempio nella ricerca di base, per comprendere appieno i processi biologici e molecolari degli organismi viventi e conseguentemente nella sperimentazione di nuove cure o di un nuovi farmaci per contrastare le malattie che li affliggono. Quest'ultimo processo prevede diversi step (http://www.agenziafarmaco.gov.it/it/content/come-nasce-un-farmaco). Il primo comprende sicuramente le prove "in vitro" e recentemente anche "in silico", cioè esperimenti effettuati in provetta e su culture cellulari affiancati da simulazioni e ulteriori analisi (per esempio del DNA) con innovativi strumenti bioinformatici. Tuttavia questo non può dare una prova esaustiva degli effetti complessivi della molecola studiata e di tutte le interazioni possibili che possono verificarsi a livello fisiologico in un organismo completo. Per questo motivo si passa alla fase "in vivo", la sperimentazione animale, che assieme alla precedente, forma la cosiddetta sperimentazione "pre-clinica". Successivamente si passa alla sperimentazione "clinica" sull'uomo, che prevede tre sottofasi, in cui gruppi di volontari sani e non vengono coinvolti per testare l'efficacia e la tossicità del nuovo farmaco. Dopo i vari accertamenti il farmaco, con il consenso dell'AIFA, viene messo in commercio. Qui si inserisce la quarta fase di sperimentazione clinica, la farmacovigilanza, cioè la sorveglianza a lungo termine degli effetti di una nuova molecola e il suo rapporto tra rischio/beneficio sui pazienti.

Vi rimando a questo link dell'Università di Pittsburgh, che possiede uno degli stabulari più grandi al mondo dove si allevano a scopi di ricerca dei piccoli pesciolini, gli zebrafish, utilizzati sempre più nella ricerca moderna come specie modello per molte patologie umane (per esempio le patologie mitocondriali). Sembra quasi di ritrovarsi in un grande acquario, dove migliaia di pesciolini vivono in condizioni ottimali, paragonabili a quelle degli acquari e contribuiscono al progresso della ricerca. Vi invito solo ad un'ultima riflessione: davanti ad un pesciolino del genere, molto amato dagli acquariofili e con un ciclo di vita così breve, pensate che la ricerca sia ancora così cattiva e i ricercatori degli assassini, come vengono descritti da alcune fasce estremiste appartenenti ai movimenti animalisti? E se la risposta è no, vi siete chiesti il motivo? Alla prossima puntata. http://www.devbio.pitt.edu/research/zebrafishCopy.php
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