Bambini per crescere

Nel regno di Op

Viaggio nel mondo delle persone invincibili

Il regno di Op si trova al decimo piano di un palazzo alto e largo. Vi abitano mamme, papà e bambini di tutte le età. Ci sono tante stanze con la televisione e la playstation, c'è una ludoteca piena di giocattoli, colori e libri. Nei corridoi, pieni di disegni e fotografie, almeno una volta alla settimana, si spande un ottimo profumo di pop-corn. Circolano anche camomilla, Nutella e Nesquik e può succedere che d'estate ti facciano mangiare anche un bel pezzo di cocomero fresco. Non ci sono scuole ad Op e ci sono tante persone amorevoli e disponibili che si prendono cura dei bambini e delle loro famiglie.

Per entrare nel regno di Op bisogna lasciar fuori gli amici, l'estate al mare con i nonni, le gite al parco con i cugini, il pallone e le scarpette da ballerina. Le parole di accesso al regno sono: fibrosarcoma addominale, osteosarcoma, neuroblastoma metastatico, ependimoma, linfoma di tipo B, leucemia. Nessuno dovrebbe mai fare un viaggio ad Op, ma può succedere che la vita ti scaraventi dentro, magari mentre sei impegnato ad organizzare la vacanza estiva o mentre stai acquistando vestiti nuovi per il compleanno di tuo figlio.

Angelo è rimasto diversi mesi ad Op, come tanti altri bambini, così la sua mamma ha deciso di aprire un blog e di accettare che poi diventasse un libro, oggi edito da Einaudi. Le sue parole e i suoi racconti non sono né uno strumento di autoterapia, né un "Grande fratello" del dolore dei bambini, né una fiction a puntate sulle condizioni cliniche e psicologiche di un gruppo di persone. Sono la cronaca di un angolo di mondo in cui si impara che dai tumori infantili si può guarire. Sono un modo per smettere di vergognarsi della malattia, senza esibirla, ma parlandone e raccontandola per spezzare il tabù che la circonda. Rappresentano un grande esempio di buona sanità italiana, fatta di medici e di infermieri sempre pronti ad inventarsi qualcosa per trovare la chiave, liberare i bambini da Op e restituirli alle loro case e alle loro famiglie. Servono a capire che, sentendosi in trincea, si può ancora reagire e trasformare il dolore in qualcos'altro.

La mamma di Angelo si chiama Paola Natalicchio, giornalista e neo-sindaco di Molfetta.
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