
Attualità
Da corriere della droga a uomo libero: la vittoria di Teo a San Vittore
Alla vigilia della fine della pena, il riscatto di un giovane albanese nella masseria “Senza Sbarre”. Don Riccardo: «Non accogliamo l’errore, ma la persona»
Andria - mercoledì 4 marzo 2026
14.21
Da domani Teo sarà un uomo libero. La sua pena è finita ma la libertà più importante l'ha conquistata prima, molto prima, tra le mura della Masseria San Vittore, alle pendici di Castel del Monte, dove il progetto "Senza Sbarre" continua a trasformare storie difficili in possibilità concrete di riscatto.
La sua non è soltanto una storia di rinascita, è una storia di vittoria. Non la vittoria di una struttura ormai conosciuta ad Andria, ma la vittoria di un uomo che da ex corriere della droga – «portatore di morte», come lo definisce Don Riccardo Agresti senza sconti – ha scelto di non esserlo più.
«Teo rappresenta qualcosa di speciale», racconta Don Riccardo. «Viaggiava con la morte da consegnare agli altri. È arrivato qui dopo mesi di carcere, senza parlare italiano, con una mentalità di strada, senza regole. Tra me e lui c'è stata una conflittualità vera, seria. Non è stato un percorso semplice».
San Vittore non è un luogo dove si aspetta che il tempo passi. È lavoro, disciplina, responsabilità quotidiana. I detenuti ammessi alle misure alternative coltivano la terra, curano la masseria, producono taralli artigianali attraverso la cooperativa "A Mano Libera": mani che un tempo hanno sbagliato oggi si sporcano di farina. È un simbolo concreto di cambiamento, non uno slogan.
Teo lo ammette con onestà: «Ho scelto di venire in comunità per scappare dalla galera. Non volevo restare tra quattro mura. Non sapevo che qui si lavorasse». La prima settimana è stata durissima. Non parlava italiano, aveva imparato soltanto il linguaggio della strada. «Volevo chiamare l'avvocato per tornare in carcere, perché qui si lavora troppo». Aveva vissuto inseguendo il guadagno facile, convinto che fosse l'unica strada possibile. «Ma prima o poi paghi tutto. E paghi più di quello che hai guadagnato».
Restare è stata una scelta sofferta. A trattenerlo sono state le parole dei suoi genitori, la consapevolezza che forse quella era l'ultima occasione, e un gesto semplice che ha cambiato tutto: una birra bevuta insieme a don Riccardo il giorno in cui ha saputo che non poteva essere espulso. «È stato un piccolo gesto – racconta il sacerdote – ma ha capito che qualcuno gli voleva bene davvero». È lì che qualcosa si è aperto. Non all'improvviso, non per magia, ma lentamente. Con fatica.
Oggi Teo parla con una consapevolezza diversa. E affida il suo cambiamento a parole che pesano: «Don Riccardo e sua sorella Nunzia mi hanno dimostrato cosa significa avere una vita vera sana. Molti ragazzi oggi vivono nell'illusione che la vita vera sia fatta di lusso, soldi facili, uscire tutte le sere e ballare. Ma qui capisci che la vita vera e sana è fatta di sacrificio e lavoro».
È una frase che smonta un'intera narrazione. Perché dietro molti errori c'è proprio quell'illusione: soldi veloci, serate infinite, successo apparente. A San Vittore Teo ha scoperto un'altra verità: la dignità passa dal sacrificio. «Non bisogna focalizzarsi sull'errore che hanno commesso – spiega don Riccardo – ma sulla persona. Noi partiamo da quell'angolo che non è stato ancora contaminato. L'accoglienza è vocazione. Non è incoscienza, è coraggio. Non è pregiudizio, è fede che il bene possa scavare dentro».
E dentro Teo il bene ha scavato davvero. Ha imparato la lingua italiana, ha accettato le regole, ha fatto pace con il lavoro. Oggi ha ottenuto un impiego con Cantine Torrevento per il trasporto del vino in Albania. Ma il traguardo più grande non è un contratto. È la scelta che ha già fatto: tornare ad aiutare gli altri ragazzi della comunità anche da uomo libero.
«Se posso rendermi utile, voglio restare. Quando esci dal carcere senza aver fatto niente, dimentichi cosa significa impegnarsi. Voglio dire ai ragazzi che ne vale la pena».
Alla vigilia della fine della sua pena ha voluto organizzare un'ultima cena alla masseria, tutta a sue spese. Ha invitato chi gli è stato accanto in questo percorso. Parmigiana, salsicce, patate al forno. In Albania non aveva mai cucinato. Stavolta sì. Un gesto semplice, ma carico di significato: non più qualcuno che prende, ma qualcuno che offre.
La Masseria San Vittore, nata nel 2018 come progetto "Senza Sbarre" insieme alla Diocesi di Andria e al vescovo Mons. Luigi Mansi, è una struttura fortificata di circa dieci ettari trasformata in luogo di reinserimento umano e sociale. Qui la detenzione alternativa non è teoria, ma esperienza concreta. È la prova che credere nella persona, oltre l'errore, può generare cambiamenti reali.
«Noi ci siamo fidati di Dio», conclude don Riccardo. «Teo oggi è una vittoria. Non la nostra. È la vittoria del Signore».
Da domani sarà un uomo libero. Ma la libertà più grande l'ha già conquistata: aver capito che il bene non è un'illusione. E che si può scegliere. Sempre.
La sua non è soltanto una storia di rinascita, è una storia di vittoria. Non la vittoria di una struttura ormai conosciuta ad Andria, ma la vittoria di un uomo che da ex corriere della droga – «portatore di morte», come lo definisce Don Riccardo Agresti senza sconti – ha scelto di non esserlo più.
«Teo rappresenta qualcosa di speciale», racconta Don Riccardo. «Viaggiava con la morte da consegnare agli altri. È arrivato qui dopo mesi di carcere, senza parlare italiano, con una mentalità di strada, senza regole. Tra me e lui c'è stata una conflittualità vera, seria. Non è stato un percorso semplice».
San Vittore non è un luogo dove si aspetta che il tempo passi. È lavoro, disciplina, responsabilità quotidiana. I detenuti ammessi alle misure alternative coltivano la terra, curano la masseria, producono taralli artigianali attraverso la cooperativa "A Mano Libera": mani che un tempo hanno sbagliato oggi si sporcano di farina. È un simbolo concreto di cambiamento, non uno slogan.
Teo lo ammette con onestà: «Ho scelto di venire in comunità per scappare dalla galera. Non volevo restare tra quattro mura. Non sapevo che qui si lavorasse». La prima settimana è stata durissima. Non parlava italiano, aveva imparato soltanto il linguaggio della strada. «Volevo chiamare l'avvocato per tornare in carcere, perché qui si lavora troppo». Aveva vissuto inseguendo il guadagno facile, convinto che fosse l'unica strada possibile. «Ma prima o poi paghi tutto. E paghi più di quello che hai guadagnato».
Restare è stata una scelta sofferta. A trattenerlo sono state le parole dei suoi genitori, la consapevolezza che forse quella era l'ultima occasione, e un gesto semplice che ha cambiato tutto: una birra bevuta insieme a don Riccardo il giorno in cui ha saputo che non poteva essere espulso. «È stato un piccolo gesto – racconta il sacerdote – ma ha capito che qualcuno gli voleva bene davvero». È lì che qualcosa si è aperto. Non all'improvviso, non per magia, ma lentamente. Con fatica.
Oggi Teo parla con una consapevolezza diversa. E affida il suo cambiamento a parole che pesano: «Don Riccardo e sua sorella Nunzia mi hanno dimostrato cosa significa avere una vita vera sana. Molti ragazzi oggi vivono nell'illusione che la vita vera sia fatta di lusso, soldi facili, uscire tutte le sere e ballare. Ma qui capisci che la vita vera e sana è fatta di sacrificio e lavoro».
È una frase che smonta un'intera narrazione. Perché dietro molti errori c'è proprio quell'illusione: soldi veloci, serate infinite, successo apparente. A San Vittore Teo ha scoperto un'altra verità: la dignità passa dal sacrificio. «Non bisogna focalizzarsi sull'errore che hanno commesso – spiega don Riccardo – ma sulla persona. Noi partiamo da quell'angolo che non è stato ancora contaminato. L'accoglienza è vocazione. Non è incoscienza, è coraggio. Non è pregiudizio, è fede che il bene possa scavare dentro».
E dentro Teo il bene ha scavato davvero. Ha imparato la lingua italiana, ha accettato le regole, ha fatto pace con il lavoro. Oggi ha ottenuto un impiego con Cantine Torrevento per il trasporto del vino in Albania. Ma il traguardo più grande non è un contratto. È la scelta che ha già fatto: tornare ad aiutare gli altri ragazzi della comunità anche da uomo libero.
«Se posso rendermi utile, voglio restare. Quando esci dal carcere senza aver fatto niente, dimentichi cosa significa impegnarsi. Voglio dire ai ragazzi che ne vale la pena».
Alla vigilia della fine della sua pena ha voluto organizzare un'ultima cena alla masseria, tutta a sue spese. Ha invitato chi gli è stato accanto in questo percorso. Parmigiana, salsicce, patate al forno. In Albania non aveva mai cucinato. Stavolta sì. Un gesto semplice, ma carico di significato: non più qualcuno che prende, ma qualcuno che offre.
La Masseria San Vittore, nata nel 2018 come progetto "Senza Sbarre" insieme alla Diocesi di Andria e al vescovo Mons. Luigi Mansi, è una struttura fortificata di circa dieci ettari trasformata in luogo di reinserimento umano e sociale. Qui la detenzione alternativa non è teoria, ma esperienza concreta. È la prova che credere nella persona, oltre l'errore, può generare cambiamenti reali.
«Noi ci siamo fidati di Dio», conclude don Riccardo. «Teo oggi è una vittoria. Non la nostra. È la vittoria del Signore».
Da domani sarà un uomo libero. Ma la libertà più grande l'ha già conquistata: aver capito che il bene non è un'illusione. E che si può scegliere. Sempre.







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