La Chiesa domestica
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Attualità

Nel tempo del Coronavirus la Chiesa si fa “piccola” e l’Eucaristia diventa “domestica”

Riflessione di don Ettore Lestingi, Direttore dell'Ufficio Liturgico Diocesano

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Strade vuote, città desolate, silenzio assordante, interrotto dal suono di sirene di Ambulanze che sfrecciano all'impazzata. Negozi chiusi, assalto ai supermercati, alle farmacie, volti nascosti da mascherine e odore di disinfettanti a base di alcol. Ospedali al tracollo, contagio a macchia di olio, decessi, guariti. Chiese chiuse! Ma è solo questo il Coronavirus? E' soprattutto questo, ma non solo!

Se vogliamo guardare con occhi di fede a quanto stiamo vivendo e con la speranza nel cuore di vedere quanto prima la fine di questa epidemia, io credo che quest'ora ci sta aiutando a recuperare il gusto delle cose perdute. Fra tutte il gusto della Famiglia e del momento in cui essa si raduna: il sedersi a tavola. Sappiamo molto bene che la tavola chiama, unisce, nutre, crea relazioni, quasi ad immagine del banchetto eucaristico domenicale. E' vero ed è triste per tutti non riunirsi la domenica per celebrare il sacramento dell'unità, ma, e potrebbe sembrare un azzardo, ora è il momento in cui ogni famiglia è chiamata a vivere in casa la spiritualità eucaristica, assumendo gli stessi stili e atteggiamenti che viviamo durante la Messa.

Innanzitutto il "convenire in unum", il ritrovarsi insieme attorno alla stessa mensa. Da quanto tempo le nostre famiglie non si riuniscono alla stessa ora per condividere i pasti? Orari di lavoro, di studi e di impegni diversi hanno trasformato le nostre tavole in fast food: prendi, mangia e scappa. L'unica tovaglia si è trasformata in tovagliato da thé, piccoli pezzi dal perimetro ristretto. Ora invece si ha il tempo di ornare la tavola con una unica tovaglia che abbraccia tutti, come la tovaglia di un altare: si orna, si imbandisce, magari con specialità che solo ora, avendo più tempo, si possono preparare.

Ci si siede, ci si saluta e forse rispunta qualche bacio o abbraccio da tempo dimenticati. Si mangia, ma soprattutto si dialoga, come in una sorta di "liturgia della parola", fatta di ascolto, silenzio, risposta, assenso, riflessione, provocazione, presentazione di domande e condivisione di necessità. Da quanto tempo non si dialoga in famiglia? Sempre di fretta e domande di natura "produttiva": cosa hai fatto? Quanto hai preso a scuola? Quanti soldi abbiamo in casa? Cosa serve? Mai domande che arrivano al cuore: come stai? Si mangia, ma soprattutto si serve in una sorta di gara a chi si alza per primo per servire o sparecchiare come in un "rito offertoriale laico". Non è più la mamma la serva di tutti, ma ognuno si sente servo della sazietà dell'altro, mettendo in comunione la propria disponibilità. Si mangia, ma soprattutto si fa "la comunione", nella condivisione dello stesso pasto e non più piatti diversi a seconda dei gusti e degli orari.

E dopo? Il ringraziamento. Finalmente ritorna a risuonare una parola da tempo dimenticata e cancellata dal vocabolario famigliare: grazie. Grazie mamma, per quanto hai preparato, grazie papà per quello che hai raccontato e, soprattutto per avermi ascoltato. Grazie, fratello per i consigli che mia hai dato. E' un "post communio" intenso e pieno di affetto e riconoscenza per il dono ricevuto.

Alla fine, tutti a lavoro per rimettere in ordine la sala da pranzo, un "ite missa est", tutto domestico, trasformando l'esperienza della tavola in servizio agli altri. E' vero, fa male il digiuno eucaristico sacramentale che ha nell'Assemblea il suo soggetto celebrativo, ma, se il risultato è questo cioè il ritorno alla tavola domestica, dove la Chiesa si fa piccola e l'Eucaristia diventa familiare, allora quest'ora di grande smarrimento ha da insegnarci qualcosa di buono.

Buona "mensa" a tutti!
  • don Ettore Lestingi
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