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Giornata del Malato, la testimonianza di una volontaria della Misericordia

«La compassione non è solo sentimento ma azione: serve presenza e responsabilità»

La dimensione sociale della compassione è al centro della riflessione di una volontaria della Misericordia in occasione della Giornata del Malato in un evento dei giorni scorsi a cura della Diocesi e della Pastorale della Salute nell'ambito della Festa della Madonna di Lourdes. Una testimonianza che parte dal messaggio del Papa incentrato sulla figura del Buon Samaritano e che racconta l'esperienza quotidiana di chi opera nel servizio di ambulanza.
«Quando ho letto il messaggio del Papa per la Giornata del Malato, incentrato sulla figura del Buon Samaritano, mi sono riconosciuta subito in quelle parole. Non perché io faccia qualcosa di straordinario, ma perché quello che il Papa descrive è molto vicino a ciò che, come volontari della Misericordia, viviamo ogni giorno».
La compassione, spiega la volontaria, nasce nel Vangelo da uno sguardo. «Il Samaritano vede quell'uomo ferito sul ciglio della strada e non passa oltre. E credo che tutto inizi proprio da lì: dalla capacità di fermarsi, di lasciarsi toccare dalla sofferenza dell'altro. Anche noi, quando saliamo in ambulanza, ci fermiamo simbolicamente lungo tante strade diverse, incontrando storie che spesso non conosciamo e che, a volte, ci segnano profondamente».
Il Papa ricorda che la compassione non è solo un sentimento, ma un'azione. «Il Samaritano non prova solo pena: si avvicina, cura le ferite, carica l'uomo su di sé, lo affida a una locanda. È un gesto che richiede tempo, fatica, responsabilità. E questo è molto vero anche nel nostro servizio: la compassione richiede presenza, attenzione, disponibilità, a volte anche rinuncia».
Nel lavoro in ambulanza si incontrano persone fragili, spaventate, spesso sole. «A volte non ricordano nemmeno il nostro nome, ma ricordano che qualcuno c'era. In quei momenti capiamo che il nostro compito non è solo portare una persona in ospedale, ma accompagnarla in uno dei momenti più delicati della sua vita. È questo fa emergere con forza la dimensione sociale della compassione».
Nessuno opera da solo, sottolinea la volontaria. «Dietro ogni intervento c'è una rete: volontari, sanitari, medici, infermieri, famiglie, strutture, associazioni. La compassione diventa sociale quando smette di essere un gesto isolato e si trasforma in cura condivisa, in responsabilità che riguarda tutta la comunità».
Il Papa invita anche a riflettere sul rischio dell'indifferenza. «Viviamo in una società che spesso ha fretta, che preferisce non vedere la sofferenza, che tende a nascondere la malattia. Ma la malattia non è un incidente di percorso da ignorare: è una realtà che riguarda tutti, prima o poi. E il modo in cui rispondiamo alla fragilità dice molto di chi siamo come società».
Nel servizio in ambulanza la compassione non è fatta solo di grandi gesti. «A volte è una parola detta con calma, una mano stretta durante il tragitto, il silenzio rispettoso quando non ci sono parole giuste. Sono gesti piccoli, ma profondamente umani, che restituiscono dignità a chi soffre».
Come Misericordia, si vive una compassione quotidiana. «È spesso nascosta, fatta di turni, di attese, di stanchezza. Ma è proprio questa normalità che rende la compassione sociale: non qualcosa di eroico, ma uno stile di vita, una scelta di presenza continua».
Il Papa, nel suo messaggio, invita a essere una Chiesa dal volto samaritano. «Io credo che questo volto si riconosca anche nel volontariato: in persone comuni che scelgono di non voltarsi dall'altra parte, di mettersi accanto a chi è nel bisogno, senza giudicare, senza chiedere nulla in cambio».
La conclusione è un richiamo alla comunità. «La dimensione sociale della compassione non è un concetto astratto. È qualcosa che prende forma ogni volta che una comunità si prende cura dei suoi membri più fragili. È quello che cerchiamo di vivere ogni giorno, come volontari della Misericordia: essere presenti, insieme, perché nessuno si senta solo nel momento della prova».
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