
Attualità
«Prigioniero è chi sceglie di non sapere»: Dario Agrimi racconta “Liscio come l’odio”
L’artista spiega il significato dell’installazione nel cuore di Piazza Catuma per il Festival Castel dei Mond
Andria - venerdì 4 settembre 2026
16.17
Una grande gabbia nel centro di Piazza Catuma. È impossibile non notarla. Attira lo sguardo dei passanti, incuriosisce, spinge ad avvicinarsi e, soprattutto, pone una domanda: chi è davvero il prigioniero?
È "Liscio come l'odio", l'installazione inedita dell'artista Dario Agrimi realizzata per il Festival Castel dei Mondi. L'opera, visibile in Piazza Catuma fino al 13 settembre, affronta uno dei sentimenti più persistenti e controversi del nostro tempo: l'odio. Un sentimento ostile ma soprattutto sempre più presente e normalizzato nel linguaggio quotidiano, nei rapporti tra le persone e nello spazio pubblico.
La gabbia diventa così una metafora immediata della prigionia e, davanti all'opera, la domanda non è soltanto chi sia rinchiuso ma anche chi, al contrario, sia davvero libero.
Abbiamo incontrato l'artista per farci raccontare la genesi e il significato di "Liscio come l'odio".
Partiamo dal titolo: perché "Liscio come l'Odio"?
«Perché l'odio in questo periodo storico fila liscio. È ovunque. In ogni trasmissione, in ogni social. È qualcosa che ci cresce dentro in modo naturale, nutrito da ipocrisia e ignoranza. La ricerca costante di un nemico. Qualcuno che rappresenti una minaccia. Qualcuno o qualcosa da eliminare. Per poi passare al bersaglio successivo».
L'opera non si è presentata subito nella sua forma definitiva: la gabbia è comparsa inizialmente vuota, quasi in attesa di essere riempita. Perché ha scelto di costruire l'opera in questo modo?
«Avevo bisogno che il pubblico interagisse con il contenitore. Provasse il dentro e il fuori. La gabbia è un vestito che contiene un corpo. Il vestito va indossato. Provato. Scelto. Siamo il risultato delle nostre scelte. Prima di dire qualcosa è necessario fare. Ho fatto in modo che chi vede l'opera ora possa guardarla sapendo com'è il mondo fuori».
La gabbia è un'immagine immediatamente associata alla prigionia. Ma nella sua opera non è così semplice capire chi sia il prigioniero e che cosa sia realmente imprigionato. Chi o che cosa è dentro quella gabbia? E, soprattutto, chi è fuori?
«Il prigioniero è colui che non si muove di un metro per leggerne il significato stampato a grandi lettere sul totem esplicativo. Il prigioniero è colui che pensa che il proprio giudizio abbia un valore nonostante manchino le competenze per averne uno. Il prigioniero è chi non fa nulla per migliorare la propria situazione e non si chiede mai cosa ha fatto per essere migliore. È prigioniero chi si accontenta di non sapere. Lì dentro c'è una parte di ognuno di noi. È solo una questione di percentuale. A quanto ammonta ciò che di noi non è realmente libero?»
L'opera ha iniziato a generare reazioni controverse, che cosa ha notato nelle reazioni delle persone che si sono trovate davanti alla gabbia?
«Molta curiosità e, a volte, timidezza. È più facile fare domande sui social per poi non avere risposta che farle al momento e rischiare di averne una. Attira sicuramente. I bambini, con il loro candore, spesso si avvicinano senza paura, mossi da pura curiosità. È la consapevolezza degli adulti a generare paura o sgomento. Ho rilevato un ampio ventaglio di reazioni, ma ho vissuto poco il momento. Servirebbe una documentazione video H24 per monitorare realmente l'effetto sugli spettatori».
Alla fine, quindi, chi è davvero prigioniero: chi lo prova o chi lo subisce?
«Prigioniero è chi non reagisce. Chi resta nell'accidia e sceglie di non sapere».
È "Liscio come l'odio", l'installazione inedita dell'artista Dario Agrimi realizzata per il Festival Castel dei Mondi. L'opera, visibile in Piazza Catuma fino al 13 settembre, affronta uno dei sentimenti più persistenti e controversi del nostro tempo: l'odio. Un sentimento ostile ma soprattutto sempre più presente e normalizzato nel linguaggio quotidiano, nei rapporti tra le persone e nello spazio pubblico.
La gabbia diventa così una metafora immediata della prigionia e, davanti all'opera, la domanda non è soltanto chi sia rinchiuso ma anche chi, al contrario, sia davvero libero.
Abbiamo incontrato l'artista per farci raccontare la genesi e il significato di "Liscio come l'odio".
Partiamo dal titolo: perché "Liscio come l'Odio"?
«Perché l'odio in questo periodo storico fila liscio. È ovunque. In ogni trasmissione, in ogni social. È qualcosa che ci cresce dentro in modo naturale, nutrito da ipocrisia e ignoranza. La ricerca costante di un nemico. Qualcuno che rappresenti una minaccia. Qualcuno o qualcosa da eliminare. Per poi passare al bersaglio successivo».
L'opera non si è presentata subito nella sua forma definitiva: la gabbia è comparsa inizialmente vuota, quasi in attesa di essere riempita. Perché ha scelto di costruire l'opera in questo modo?
«Avevo bisogno che il pubblico interagisse con il contenitore. Provasse il dentro e il fuori. La gabbia è un vestito che contiene un corpo. Il vestito va indossato. Provato. Scelto. Siamo il risultato delle nostre scelte. Prima di dire qualcosa è necessario fare. Ho fatto in modo che chi vede l'opera ora possa guardarla sapendo com'è il mondo fuori».
La gabbia è un'immagine immediatamente associata alla prigionia. Ma nella sua opera non è così semplice capire chi sia il prigioniero e che cosa sia realmente imprigionato. Chi o che cosa è dentro quella gabbia? E, soprattutto, chi è fuori?
«Il prigioniero è colui che non si muove di un metro per leggerne il significato stampato a grandi lettere sul totem esplicativo. Il prigioniero è colui che pensa che il proprio giudizio abbia un valore nonostante manchino le competenze per averne uno. Il prigioniero è chi non fa nulla per migliorare la propria situazione e non si chiede mai cosa ha fatto per essere migliore. È prigioniero chi si accontenta di non sapere. Lì dentro c'è una parte di ognuno di noi. È solo una questione di percentuale. A quanto ammonta ciò che di noi non è realmente libero?»
L'opera ha iniziato a generare reazioni controverse, che cosa ha notato nelle reazioni delle persone che si sono trovate davanti alla gabbia?
«Molta curiosità e, a volte, timidezza. È più facile fare domande sui social per poi non avere risposta che farle al momento e rischiare di averne una. Attira sicuramente. I bambini, con il loro candore, spesso si avvicinano senza paura, mossi da pura curiosità. È la consapevolezza degli adulti a generare paura o sgomento. Ho rilevato un ampio ventaglio di reazioni, ma ho vissuto poco il momento. Servirebbe una documentazione video H24 per monitorare realmente l'effetto sugli spettatori».
Alla fine, quindi, chi è davvero prigioniero: chi lo prova o chi lo subisce?
«Prigioniero è chi non reagisce. Chi resta nell'accidia e sceglie di non sapere».

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