mons. Luigi Mansi
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Religioni

Natale del Signore: l'omelia del Vescovo Mansi alla Santa Messa della notte

«Dio è buono, Dio è amore infinito e se ci fa il dono di suo figlio lo fa proprio perché si prende cura di noi, ha pietà di noi»

«Carissimi,
Natale è la festa in cui troviamo tutti gioia nello scambiarci dei doni: i genitori li fanno ai figli, i figli li fanno ai genitori, gli amici se li scambiano, fratelli, sorelle, in famiglia i mariti li fanno alle mogli e viceversa. C'è questa cosa molto bella, lo scambio dei doni. Ma sapete perché? Perché Natale è la festa del dono; noi a Natale ricordiamo il dono più grande che ci sia e i nostri doni, allora, sono un segno, un modo per ricordare quel dono. Guai se così non fosse! Sarebbe soltanto una consuetudine umana. Il dono, il vero, grande dono che noi celebriamo a Natale è il fatto che Dio ha donato suo Figlio all'umanità, pur sapendo, badate bene, che l'umanità non lo merita, anzi proprio perché non lo meritiamo Dio, che è buono, ci fa questo dono, il suo Figlio che viene non a fare una visitina per poi tornare in cielo, no, ma viene ad abitare in mezzo a noi, diventa uno di noi. Questo è il dono, il dono di fronte al quale, noi rimaniamo senza parole perché è troppo grande.
Quando uno ci fa un regalo, dalla preziosità del dono noi misuriamo l'amore di chi ce lo offre: se questo criterio è valido, allora immaginate come lo applichiamo a Dio. Se Dio ha dato a noi il suo Figlio, che ci poteva dare di più? Allora vuol dire che veramente ci ama; non è un Dio distante, lontano, che ci guarda dall'alto…No, non è così! Dio è buono, Dio è amore infinito e se ci fa il dono di suo figlio lo fa proprio perché si prende cura di noi, ha pietà di noi. Dio viene ad abitare in mezzo a noi, si fa uno di noi, non si vergogna di abbassarsi fino a tanto.
Dio dunque si è abbassato, ha abbandonato il cielo, la dimora della luce e della gioia ed è venuto ad abitare in mezzo alle miserie della vita umana. Di fronte a questo mistero qual è la nostra risposta di credenti? Io credo che la prima risposta debba essere quella di contemplare il mistero, non essere osservatori superficiali, presi più dalla cornice che non da ciò che sta sulla scena, come quando si ammira un quadro immaginate cosa succederebbe se ci mettessimo ad ammirare la cornice d'oro, preziosa pure, ma non stiamo a guardare per niente che cosa ci sta nel quadro.
Ecco, la cornice natalizia è sotto i nostri occhi ma l'occhio dove va? Va alla cornice o al quadro? Va o non va a Colui che è venuto? Allora, dicevo, il primo atteggiamento della notte di Natale è quello dello stupore, della meraviglia, di chi non smette di meravigliarsi e si domanda: "Ma possibile che Dio mi vuole così bene? E che ci trova di bello in me da amarmi così tanto? Che ci trova di entusiasmante, di affascinante in me, in un pover'uomo? Che ci trova Dio in me da aver perso la testa per me, a tal punto da mandare suo Figlio?". Non ha detto a suo Figlio: "Non andare in mezzo a quella gente, non è gente per te. tu sei Dio!". Anzi ha detto: "Con la mia benedizione, Figlio mio, vai, perché io sono con te".
L'umanità dunque è stata talmente amata da Dio che Lui l'ha fatta sua; Dio si è fatto come noi. Ma perché lo ha fatto Dio? Perché noi diventassimo come Lui. Ecco il tema del dono come torna: Dio ci ha fatto questo grande dono e noi che dono possiamo fare a Dio? Ben poco, proprio poco. Che possiamo regalare noi a Dio se non la nostra umanità, la nostra fragilità, la nostra miseria, la nostra pochezza. Guardando il bambino in questa notte santa tu ti domandi: "Ma quello è Dio? Possibile?! Dio così piccolo, così fragile, Dio che piange, Dio che ha bisogno di essere protetto?!". Sì. E dove sta l'onnipotenza di Dio, la grandezza di Dio?
Dio ci lascia senza parole, di fronte a Lui noi rimaniamo a bocca aperta, stupiti, meravigliati. Ma non solo stupore e meraviglia, anche tante domande: "Perché mai Dio ha fatto tutto questo? Cosa vuole da me? Che lo stia ad adorare nel presepio? E dopo? Quando sarà passato qualche giorno e il presepe si dovrà disfare, dove dobbiamo andare ad adorare il nostro Dio? Adorare un bambino è commovente, è tenero. E dopo? Quando avremo tolto questa bella statuina dove andremo ad adorare il bambino? Gesù che si è fatto uomo ci vuol far capire che noi dobbiamo adorare Dio nell'uomo, nel fratello, nell'altro, nel piccolo, nel povero, nell'indifeso, in colui che è calpestato nella sua dignità, in colui che è nel dolore, in colui che non merita niente, lì dobbiamo adorare Dio, allora è Natale, se veramente assumiamo lo stile di Dio. Lui ci ama senza che noi lo meritiamo? Bene! Anche noi ci dobbiamo amare senza stare a guardare chi merita e chi no, chi merita cento e chi merita zero, lasciamo stare tutte queste cose, l'amore fraterno, l'amore dei credenti va al di là dei meriti perché l'amore di Dio questo ci chiede.
L'amore nostro deve essere una copia, brutta quanto vogliamo ma pur sempre una copia dell'amore di Dio. Allora il natale deve suscitare questi sentimenti, non è vago romanticismo che dura le ventiquattro ore della festa o tutto al più i quindici giorni del tempo natalizio, ma è l'assunzione di un nuovo stile di vita che si plasma a imitazione dello stile di Dio. Dio si è fatto uomo. E noi la vogliamo smettere di farci dei perché non lo siamo? Siamo uomini e tutti della stessa pasta; siamo tutti nella stessa barca, tutti della stessa fragilità, chi in un modo o nell'altro tutti ci misuriamo con il peccato, con il limite, con la povertà e allora la vogliamo smettere di farci grandi da soli in questa impresa folle e impossibile? Sì, perché quando ci accade questo, arriviamo a compiere tante cattiverie.
Facciamo, invece, come Dio che si fa piccolo: Dio si è fatto come noi. Mettiamoci nelle sue mani, sarà lui a farci grandi e non è la grandezza delle cose umane, ma è la grandezza di chi, a un certo punto, riesce a realizzare sé stesso secondo il progetto di Dio; allora siamo grandi, quando siamo grandi nelle mani di Dio.
Ecco allora il natale, fratelli carissimi! Accogliamo questo Gesù Bambino, non con una tenerezza vaga e passeggera, ma con la consapevolezza che questo mistero ci interpella e prepariamoci ai giorni in cui il Signore ci chiederà di essere amato e adorato anche fuori del presepio».
+ Luigi Mansi, Vescovo di Andria

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