S.E.Mons. Luigi Mansi. <span>Foto Riccardo Di Pietro</span>
S.E.Mons. Luigi Mansi. Foto Riccardo Di Pietro
Religioni

L'omelia del Vescovo di Andria, Mons. Mansi per la 3^ Domenica di Avvento

13 dicembre 2020, con le Letture: Is 61,1-2.10-11; Sal Lc 1,46-54; 1 Ts 5,16-24 e Gv 1, 6-8.19-28

Testimoni di speranza e di futuro

Questa III domenica di Avvento, è spesso definita come la domenica della gioia, infatti alla gioia rimandano diversi testi della liturgia. É la gioia che viene al pensiero che il Signore si fa ormai vicino, è questione solo di pochi giorni. Ma più che un discorso ed una esortazione generica alla gioia, i testi di oggi ci consegnano un impegno, che è quello di una testimonianza gioiosa. Dopo che nelle prime due domeniche la Parola di Dio ha provato a scuoterci e a risvegliare la nostra fede assopita con un forte invito alla conversione, occorre ora riscoprire la gioia di metterci in cammino insieme ai nostri fratelli, per andare incontro al Signore che viene.
Sì, perché dobbiamo dirci ancora una volta che il cristiano non è uno che vive la sua fede in maniera solitaria, della serie: "salvarsi l'anima", ma è un fratello che ha a cuore gli altri fratelli e desidera, ha un bisogno irrefrenabile di condividere la sua fede. Un bisogno che non riesce a contenere e che lo spinge a testimoniare, ad annunciare ciò che ha scoperto e trovato: la gioia e la luce della vita.
Le figure che le letture ci propongono sono il profeta Isaia, la chiesa delle origini attraverso la pagina dell'apostolo Paolo ed infine il Vangelo di Giovanni, testimoni scomodi, ma credibili che invitano a prepararci e ci chiedono di fare come loro: annunciare il Signore che viene a cambiare la storia.
Il profeta Isaia testimonia la sua gioia nel Signore, l'esultanza della sua anima in Dio, nel Dio che lo ha rivestito, avvolto, conquistato come uno sposo e che gli permette di guardare al futuro con speranza: la terra arida torna a produrre nuovi germogli, nuovi semi di salvezza e di giustizia. E il profeta affida questa nuova primavera ad un personaggio misterioso inviato da Dio per portare il lieto annuncio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà per gli schiavi e i prigionieri.
Il Battista è presentato dall'evangelista Giovani soprattutto come il testimone, colui che aiuta a riconoscere Gesù, ma che, interpellato, insiste nel dire quello che lui non è: non è il Cristo, non è Elia, non è il profeta. Egli si dichiara semplicemente come una voce che grida nel deserto. Una voce che è consapevole del suo posto e dei suoi limiti. Il vedersi cercato da tanti che accorrono a lui per ascoltarlo e ricevere il battesimo non lo porta a dimenticare nemmeno per un attimo di essere solo il testimone di qualcun altro e di dover indicare lui.
Giovanni si presenta dunque come testimone della luce. Egli esorta noi, cristiani di questo tempo che sul piano della fede è diventato tiepido e caratterizzato di comportamenti dettati spesso solo dalla tradizione, a ridare vigore, slancio, gioia alla nostra fede, ricordando sempre tutti che vale molto di più accendere una lampada che maledire mille volte il buio della notte. Vale molto di più essere annunciatori non del degrado, dello sfascio, del peccato, che pure assedia il mondo, ma testimone di speranza e di futuro.
Proviamo allora a pensare che la domanda che i farisei rivolgevano al Battista oggi sia rivolta a ciascuno di noi: "Chi sei tu?" E dunque siamo chiamati anche noi, come Giovanni, a confessare la nostra identità sfrondandola da apparenze ed illusioni. E la nostra identità più vera non facciamo fatica a riassumerla in due parole: siamo figli e fratelli.
Di Giovanni Battista il vangelo ci dice che fu un uomo mandato da Dio. Diciamoci con coraggio, carissimi, che ciascuno di noi è mandato da Dio, è testimone di luce, profeta. Oggi, più che in altre epoche della storia, ci domandiamo come mai sia così scarsa la presenza di profeti o almeno perché sia tanto difficile individuarli. Non dipende forse dal fatto che noi per primi abbiamo spento la profezia, non le abbiamo dato sufficiente ascolto? Forse abbiamo lasciato intiepidire la nostra fede, l'abbiamo lasciata inerte, senza alimentarla.
A volte noi, soprattutto adulti, ci sentiamo un po' tutti come Giovanni che grida nel deserto: chi ci ascolta? Urliamo, ma ben altre voci trovano ascolto. Non solo: mette paura il dover essere testimoni: chi può sentirsi capace, degno di annunciare Cristo? E come testimoniare Cristo in famiglia, a lavoro e con chiunque incontriamo quando la nostra fede è continuamente messa alla prova da fragilità, dubbi, mezze misure, ipocrisie?
La risposta ai nostri dubbi e ai nostri timori ce la offre San Paolo il quale ci ha invitati ad essere sempre lieti: la gioia cristiana non è da confondere con la facile allegria, il facile buonumore, si tratta invece di uno dei frutti dello Spirito, un segno esteriore che conferma le scelte fatte per la nostra vita. Paolo offre ai Tessalonicesi e oggi a noi un programma di vita che si può riassumere in pochi decisivi inviti: "non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male" sapendo pregare interrottamente, che non vuol dire stare a dire in continuazione preghiere, ma trasformare tutta la nostra vita, ogni suo istante, in preghiera, in rapporto fiducioso con Dio. Così, ci ha detto san Paolo, saremo Santi, cioè persone felici, realizzate: perché è Dio, se glielo permettiamo, che farà tutto questo in noi con la sua presenza di grazia!
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