Masseria di Finizio Andria
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Territorio

Flai Cgil Puglia: "Rigenerare le masserie per rigenerare l’agricoltura e contrastare lo spopolamento rurale"

Una strategia per i piccoli produttori e per la Puglia rurale

Il recupero delle tante masserie esistenti in Puglia può significare molto più di un intervento architettonico: può rappresentare una svolta concreta per rilanciare l'agricoltura regionale, rafforzare le filiere locali e restituire centralità ai piccoli produttori.

"Le masserie non sono nate come monumenti, ma come infrastrutture agricole -sottolinea in una nota Flai Cgil Puglia-: luoghi di produzione, trasformazione, gestione dell'acqua, conservazione del cibo e presidio del territorio. In un tempo segnato da crisi idrica, fragilità energetica e abbandono delle aree rurali, quella funzione originaria non è un'eredità del passato: è una risorsa attuale e decisiva.
Queste strutture possiedono già tutto ciò che serve per diventare centri moderni dell'agroalimentare: cisterne per la raccolta dell'acqua, cortili per la gestione dei rifiuti organici, spazi per la trasformazione dei prodotti, ambienti pensati per la vita comunitaria. Recuperarle solo dal punto di vista estetico significa rinunciare alla loro parte più preziosa. Riattivarle come luoghi di produzione significa invece dare prospettiva ai territori e restituire dignità a chi lavora la terra.
Perché questo accada, serve una visione politica chiara. Oggi i fondi pubblici — europei e nazionali — arrivano spesso in modo frammentato, con bandi complessi che favoriscono chi ha già capitale, consulenti e strutture amministrative. I piccoli produttori e i giovani agricoltori, che avrebbero idee e competenze per rigenerare la terra, restano troppo spesso esclusi dalla burocrazia. La Puglia non può permettersi che il suo patrimonio rurale venga bloccato da procedure pensate per altri.
Occorre una strategia che renda davvero accessibili le risorse. La creazione di Zone Rurali Semplificate, ad esempio, permetterebbe di ridurre gli ostacoli burocratici e accelerare gli investimenti nelle masserie abbandonate. Allo stesso modo, servono bandi dedicati a progetti di cohousing agricolo, dove giovani agricoltori possano condividere spazi, attrezzature e competenze, e a iniziative di agricoltura rigenerativa, capaci di riportare biodiversità nel suolo e stabilità economica nelle comunità rurali. L'ottenimento dei fondi dovrebbe essere legato non alla quantità di superfici ristrutturate, ma alla capacità di generare posti di lavoro stabili, rigenerare la terra, attivare filiere corte e consolidare reti territoriali.
Le masserie possono diventare luoghi dove si sperimentano colture resilienti, dove si organizzano mercati permanenti, dove nascono cooperative di comunità e organizzazioni di prodotto. Possono essere laboratori di trasformazione, centri di ricerca, presìdi di biodiversità. La loro polifunzionalità non è un concetto astratto: è la condizione per garantire continuità economica, presidio umano e qualità della vita nelle aree rurali.
Le istituzioni devono ragionare su questo: le masserie sono un grande patrimonio nato per l'agricoltura, e oggi possono tornare attuali proprio rilanciando l'agroalimentare, sostenendo i piccoli produttori e contrastando lo spopolamento rurale di cui tanto si parla. Una politica lungimirante deve programmare interventi che non si limitino al restauro, ma che riattivino la funzione produttiva, mettendo al centro chi la terra la vive davvero. La semplificazione dei bandi, la costruzione di cooperative, l'accesso facilitato alle risorse, la creazione di reti territoriali sono gli strumenti che possono trasformare le masserie in infrastrutture della sostenibilità moderna.
Rigenerare le masserie significa difendere il diritto a "restare", sostenendo i piccoli produttori e offrire ai giovani una prospettiva agricola dignitosa. Recuperare le masserie alla loro funzione agricola è la chiave per un nuovo modello di sviluppo e per contrastare lo spopolamento rurale".
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