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logo copertina. Foto Riccardo Di Pietro
Non perdiamoci di vista

Quando “vedere” i dieci decimi non basta più

Raggiungere la massima acuità visiva che l’occhio può esprimere, può aiutarci a cogliere prima i segnali di una patologia

È opinione comune che per avere un ottima vista bisogna raggiungere i famosi 10/10: nel post di oggi capiremo perché questa affermazione non è totalmente esatta e perché si utilizza questa espressione.

Innanzitutto dobbiamo dire che quella che andiamo a misurare in decimi durante un esame visivo non è la vista bensì l'acuità visiva. L'acuità visiva rileva quanto si vede ossia quale è il livello di definizione dell'immagine. Più semplicemente si tratta della capacità che ha il nostro sistema visivo di distinguere due punti vicini come separati: quanto più si percepiscono distinti, maggiore sarà l'acuità visiva. L'acutezza o acuità visiva è utilizzata per valutare la condizione rifrattiva della persona esaminata, anche se l'acutezza visiva che un soggetto possiede non è dovuta soltanto all'apparato diottrico dell'occhio ma è strettamente connessa alle condizioni della retina, delle vie ottiche e del sistema nervoso centrale.
L'acuità visiva si misura con diverse tecniche oggettive e soggettive, e mediante gli ottotipi, ossia le lettere/simboli/disegni con grandezza progressivamente decrescente posti ad una data distanza dal soggetto esaminato. L'acuità visiva considerata normale è di 10/10 (a seconda del sistema adottato abbiamo 10/10 Monoyer o 20/20 Snellen).

Però l'acuità visiva può essere superiore a 16/10 od oltre. E' importante sottolineare che l'acuità visiva non esprime né il difetto visivo né la sua entità, infatti possiamo avere 10/10 anche con un difetto di vista. La misurazione dell'acuità visiva deve essere effettuata sia naturale, cioè senza correzioni con le lenti, e sia con la correzione. In ogni caso, quello che si deve ricercare è la lente del giusto potere: per far sì che i raggi luminosi cadano a fuoco sulla retina ottenendo così la BCVA - Best Corrected Visual Acuity, cioè la massima acuità visiva corretta che l'occhio può esprimere. Come abbiamo detto questo dipende da molti fattori: grado di trasparenza dei mezzi diottrici (cornea, cristallino, corpo vitreo), aberrazioni ottiche dei mezzi stessi, funzione foveale (corretto funzionamento della zona centrale della retina), integrità delle vie ottiche e corretto sviluppo della funzione della corteccia cerebrale deputata alla visione (circa un terzo della superficie corticale, soprattutto a livello occipitale).

È importante, misurare l'acutezza visiva spingendosi fino al massimo valore raggiungibile in primo luogo perché clinicamente ciò fornisce indicazioni più ricche e complete, molto utili all'optometrista nel proseguo dell'esame refrattivo, per consentirgli di individuare una compensazione più raffinata di quella che permette al soggetto esaminato di raggiungere "solo" i dieci decimi. In secondo luogo in quanto valutare la vista oltre i 10/10 può permettere più facilmente di scoprire lievi diminuzioni dell'acuità visiva e, in alcuni casi, indurre il sospetto che siano presenti patologie oculari incipienti che stanno provocando un deterioramento dell'acuità visiva e che, attraverso un tempestivo invio allo specialista, potranno essere precocemente riconosciute. Quindi rilevare periodicamente l'acuità visiva è importantissimo perché si evidenziano i vizi refrattivi presenti (ipermetropia, miopia e astigmatismo), negli over40 la presbiopia oppure se sono presenti patologie oculari in senso stretto (cataratta, maculopatie, ecc.).

L'esame dell'acutezza visiva è, in modo incontestabile, uno dei test che meglio definiscono la competenza professionale e il ruolo sociale dell'optometrista presso il grande pubblico. Eppure spesso viene descritto ed eseguito in modo sbrigativo, superficiale, acritico, alludendo implicitamente a una sua presunta semplicità. In realtà rilevare, registrare e valutare correttamente l'acutezza visiva non è banale nè facile.
  • Ottica e Optometria
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