Don Salvatore Sciannamea
Don Salvatore Sciannamea
Commento

Da Andretta ad Andria: quando il Sud si tiene per mano

La nota di Don Salvatore Sciannamea

«Qualche giorno fa da Andretta, piccolo paese dell'Alta Irpinia, è partita una lettera scritta dalla comunità: "Uniti per restare, uniti per sperare". Chiedeva tre cose semplici: dare un nome giusto alla rabbia, scongiurare la violenza perché gli agenti sono i padri dei nostri figli, e restare uniti come famiglie, gruppi e associazioni. Il 21 ottobre 2026, da Andria, Città co- capoluogo di Provincia di 100mila abitanti, è arrivata la risposta. Non una risposta a parole, ma un Patto, "un atto ufficiale, che ripercorre le motivazioni del malcontento generale che ricade sull'intera collettività." Ne è stata data lettura a conclusione della mobilitazione pubblica cittadina che ha raccolto migliaia di cittadini, famiglie, imprenditori, operai, dipendenti, pensionati e bambini. Il Patto contiene precise e dettagliate richieste: si tratta di azioni concrete rimesse ai decisori politici di più livelli, chiamati a trovare immediate soluzioni per alleggerire la pressione economica di famiglie e imprese; ma anche interventi sul prezzo dell'olio extra vergine d'oliva, per consentire di smaltire le giacenze e avviare la nuova campagna di raccolta e molitura senza affanni e senza rimettere capitale. Riporta anche la dichiarazione dello stato di crisi, con misure agevolate di credito per chi ne ha bisogno. «Soluzioni straordinarie per una crisi che è diventata straordinaria, nonostante fosse annunciata da tempo. Questo Patto, – ha spiegato la Sindaca di Andria, Giovanna Bruno -però, contiene anche degli impegni: la comunità si impegna ad essere unita nella difficoltà e nella protesta, ad essere Comunità educante per dimostrare ai più giovani che protestare è un diritto ma rispettare, luoghi e persone, è un dovere». A Palazzo di Città il Patto è disponibile per la sottoscrizione da parte di singoli cittadini, di associazioni, di enti ecclesiastici, di scuole, di categorie di lavoratori, di comparti, di comitati, di enti, di organizzazioni sindacali. Sul sito istituzionale del Comune di Andria è consultabile il Patto. "Andria, Città che si prende cura - Appello per un Patto sociale di comunità" è un documento che mette la dignità delle persone al centro "non siamo trasparenti, abbiamo volti e storie", con la richiesta alle istituzioni "di agire ad ogni livello e in ogni sede dal governo cittadino a quello provinciale, regionale, nazionale ed europeo, ciascuno per la propria competenza" Con le dovute proporzioni il documento di Andretta è diventato, con giusti adattamenti, il Patto sociale di comunità di Andria. Da una voce è diventata un coro. Sono grato a chi ha avuto questo coraggio. Questo ci insegna una cosa: il Sud dimenticato e tradito, quando smette di sentirsi solo, diventa il Sud che insegna. Insegna che la protesta può diventare proposta. Che la rabbia può diventare energia. Che nessuno si salva da solo. Da Andretta ad Andria il passo è breve, se ci si tiene per mano».


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Carissimi, sono un figlio di contadini del Sud. Un meridionale di papà pugliese e mamma lucana che adesso, come prete, serve la Chiesa in un paese dell'Irpinia, Andretta. Il Sud di cui sono fiero ma che ho visto fin troppo volte ferito e umiliato. Di quel Sud dimenticato dagli interessi personali, ricordato quando si chiedono voti, tradito tante volte che a volte abbiamo imparato a tradirci da soli. Vi scrivo perché in questi giorni ho sentito la stessa ferita, detta in due modi diversi. L'agricoltore: "Con la benzina a 2 euro e il grano che non vale niente, lavoro per rimetterci." Lo studente fuorisede: "Con 600 euro per una stanza, devo pagarmi il diritto di studiare." Non sono due rabbie. È la stessa. È il Sud che non può più permettersi di vivere e studiare nella sua terra. Questa rabbia è sacra. Ma ha bisogno di una forma, altrimenti brucia solo casa nostra.

Siamo arrabbiati PER, non CONTRO.Siamo per il valore del lavoro. Siamo per il diritto allo studio.Quando lo capiamo, contadino e studente non sono avversari da talk show. Siamo la stessa famiglia allargata che chiede di restare con dignità.

Scongiuriamo la violenza. A tutti i costi.Non tiriamo sassi. Non perché la rabbia non sia giusta, ma perché la violenza ci toglie ragione e futuro.Dall'altra parte, in divisa, non c'è il nemico. Ci sono i nostri padri, le nostre madri. Agenti dell'ordine che sono padri dei nostri studenti, che fanno i turni, che come noi non arrivano a fine mese.Colpire loro è colpire noi stessi. È quello che vogliono: far litigare i poveri tra loro, il figlio contadino con il padre poliziotto.Noi del Sud la violenza l'abbiamo già pagata cara. Non aggiungiamo altre ferite.

La bellezza di essere tutti uniti. Ed è qui la cosa più bella che questa ondata ci sta insegnando, e che i telegiornali non fanno vedere. Ho visto nelle piazze e nei presidi una cosa che al sud conosciamo bene: l'unità. Auspico che le famiglie con i figli, i gruppi parrocchiali con le associazioni laiche, associazioni culturali e di categoria, con i sindacati, i nonni con gli studenti, insieme si ritrovino fraternamente, come comunità, facendo sentire vicinanza e sostegno.Non siamo categorie. Siamo Comunità. Questa è la bontà del Sud. Quando smettiamo di pensarci come singoli con un problema privato, e ci riscopriamo come famiglie, gruppi, associazioni che hanno un destino comune, allora nessuno può più tradirci. Perché non si tradisce una lista di persone. Si può tradire un popolo solo quando è diviso.La nostra forza non è gridare più forte. È stare più uniti.

Un appello alle Autorità: dateci un futuro scritto. E qui mi rivolgo, con rispetto ma con chiarezza, a chi ha responsabilità pubbliche: Sindaci, Regione, Governo e Università. Non ci bastano più le pacche sulle spalle e i comunicati di solidarietà. Questa rabbia ha bisogno di diventare documento. Ha bisogno di diventare scelta. Vi chiediamo di produrre, insieme e per chi manifesta, non un altro bonus a pioggia, ma documenti con un chiaro orientamento per il futuro.

Un documento che dica: come un giovane del Sud potrà affittare una stanza a prezzo giusto nei prossimi dieci anni, non solo questo inverno;come un agricoltore dell'Irpinia potrà mettere benzina e vivere del suo grano nei prossimi dieci anni; come le aree interne non saranno più considerate un peso da assistere, ma un laboratorio di vita buona, dove si sperimenta un'economia che non consuma tutto. Abbiamo bisogno di atti che abbiano dentro la parola speranza, davanti alle sfide che ci attendono: il clima che cambia, le terre che si spopolano, i giovani che partono, l'intelligenza artificiale che cancella mestieri. Non chiediamo tutto subito. Chiediamo una direzione chiara. Che un ragazzo di 20 anni oggi possa leggere un documento del suo Comune o della sua Regione e dire: "Ecco, qui c'è un posto anche per me, tra dieci anni". Se non lo facciamo ora, quando l'unità è così bella e vera, quando lo faremo? Sono figlio di contadini, del Sud, dimenticato e tradito. Ma non rassegnato. Perché il Sud tradito ha ancora una cosa che gli altri hanno perso: sa cosa vuol dire aiutarsi. Portiamo la nostra rabbia non come un sasso da lanciare, ma come un aratro: per rivoltare la terra e farla tornare fertile.Per le nostre famiglie. Per i nostri gruppi. Per le nostre associazioni. Per restare.


Don Salvatore Sciannamea -Parrocchia S. Maria Assunta, Andretta









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