Il corpo dell'odio nella gabbia del consenso: la provocazione iperrealista di Dario Agrimi ad Andria

L'installazione Liscio come l'odio trasforma lo spazio pubblico in un tribunale sociologic

mercoledì 9 settembre 2026 13.48
Un cazzotto dritto allo stomaco, sferrato nel cuore pulsante e quotidiano di Piazza Catuma ad Andria. Chi si trova a passeggiare nel centro cittadino durante la XXX edizione del Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi non può rimanere indifferente di fronte a Liscio come l'odio, la nuova e dirompente installazione site specific dell'artista Dario Agrimi.

Una imponente struttura in grigliato metallico custodisce al suo interno una figura sospesa e mobile brutalmente legata e avvolta in un tappeto. È un'immagine cruda, spiazzante, che ferisce la vista e squarcia il velo di torpore della quotidianità.

«Questa è la mia quarta edizione del Festival Castel dei Mondi - sottolinea l'artista Dario Agrimi. Tutto nasce nel 2022 dall'incontro con Francesco Fisfola, colonna portante del festival (direttore di produzione ndr) che ringrazio particolarmente per aver creduto nei miei progetti. L'opera è in collaborazione con Emmegi grigliati di Gioia del Colle che mi ha permesso di realizzare la famosa gabbia. Grazie all'imprenditore Paolo Montemurro, proprietario dell'azienda, che ha sponsorizzato la struttura, abbiamo potuto creare qualcosa in grado di scuotere la sensibilità degli spettatori».

Dal punto di vista critico e sociologico, l'opera "Liscio come l'odio" si configura come un'autopsia visiva del presente.
Artista eclettico vive e lavora a Trani e a Roma dove è docente di Tecniche della Pittura all'Accademia di Belle Arti, noto per la sua ricerca maniacale volta alla perfezione formale - già presente alla 54ª Biennale di Venezia e impegnato nella produzione del prossimo ciclo di opere pittoriche destinate al mercato statunitense-, Agrimi adotta un iperrealismo crudo che azzera ogni distanza tra finzione scenica e realtà sociale. La figura dentro la gabbia non è soltanto un corpo vittima di una punizione arcaica, è lo specchio deformante di una società malata di intolleranza e giudizio sommario.

Un manifesto concettuale e amaro, ben sintetizzato dalle parole della scheda dell'opera: "C'è odio. Tutto scorre e passa quasi inosservato... In un'epoca di falsa inclusione, dove chiunque diviene nemico perché diverso, discriminare è comportamento comune e socialmente accettato. Viviamo in un mondo senza orizzonte di senso... Dovremmo imparare a guardare le cose come se fosse la prima volta. Con stupore... Attraverso l'arte, essere cronisti dell'emozione. Invece tutto scivola via, come unto... La realtà ci sfugge di mano, ma l'importante è che tutto fili liscio. Liscio come l'odio".

«L'installazione - spiega Agrimi - racconta di un prigioniero, che non si muove di un metro per leggere il significato di un'opera d'arte stampato a grandi lettere su un totem esplicativo. Un prigioniero che pensa che il proprio giudizio abbia un valore nonostante manchino le competenze per averne uno. Un prigioniero che non fa nulla per migliorare la propria situazione e non si chiede mai cosa ha fatto per essere migliore. Un prigioniero che si accontenta di non sapere. Lì dentro c'è una parte di ognuno di noi. È solo una questione di percentuale. A quanto ammonta ciò che di noi non è realmente libero? L'opera racconta la vita. Di quanta distanza c'è tra le persone e cosa gli accade intorno».

Liscio come lodio Dario Agrimi
Liscio come lodio Dario Agrimi
Liscio come lodio Dario Agrimi
Liscio come lodio Dario Agrimi

L'opera agisce da perturbante freudiano nel contesto urbano, provocando un forte scalpore tra i passanti, divisi tra sconcerto, rifiuto e indignazione. Eppure, proprio in questa reazione viscerale risiede il senso profondo dell'operazione. Come ricordava Theodor Adorno nella sua Teoria Estetica, "l'arte contemporanea è vera solo quando ci fa male, quando scuote le certezze e mette a nudo le contraddizioni del presente". L'arte non nasce per rassicurare o decorare, ma per costringere a pensare, facendosi cronista spietata dell'emozione e della deriva sociale.

Nelle dinamiche iperconnesse di oggi, l'odio ha perso la sua forza dirompente ed eversiva per diventare routine, sottofondo omogeneo, consumo quotidiano. Si trasforma in una prassi sociale accettata, un veleno fluido che scivola via senza attrito nelle nostre bolle digitali e nei palinsesti mediatici.

«L'odio - afferma l'artista - in questo periodo storico fila liscio. È ovunque. In ogni trasmissione. In ogni social. È un qualcosa che ci cresce dentro in modo naturale, nutrito da ipocrisia e ignoranza. La ricerca costante di un nemico. Qualcuno che rappresenti una minaccia. Qualcuno o qualcosa da eliminare. Per poi passare al bersaglio successivo. L'odio crea squilibrio nella sua imprevedibilità e spesso ciò che lo genera resta un mistero. Quanti accadimenti generati da odio restano irrisolti? Quanti volte questo sentimento brucia l'anima e fa prendere direzioni sconosciute?».

Riflettendo sul clamore suscitato e sulle polemiche mosse da chi ha visto l'opera, Agrimi risponde: «L'importante è che se ne parli. La pubblicità è materia strana e imprevedibile. Il fatto che susciti indignazione mi diverte molto. L'indignazione è spesso un sentimento ipocrita. Come ogni sentimento è soggettivo ma è proprio quella la spinta che genera l'opera. Prova a sensibilizzare. A scuotere gli animi. C'è chi la trova oscena, ma in questo momento storico cosa lo è? La TV ci rimanda immagini di devastazione ovunque e ci scivolano addosso come olio. Sui social si sviscera odio gratuito in quantità. Personalmente trovo più osceno vedere un bambino ipnotizzato da un telefono che una rappresentazione artistica di qualunque genere».

L'installazione sancisce inoltre un'importante sinergia istituzionale e culturale: la collaborazione tra il Palazzo delle Arti Beltrani di Trani, con la direzione artistica di Niki Battaglia, e il Festival internazionale di Andria Castel dei Mondi, con il suo direttore di produzione Francesco Fisfola.

L'opera rimarrà nel cuore di Piazza Catuma fino a lunedì 14 settembre, per poi intraprendere un percorso itinerante che porterà questo presidio di riflessione critica in altri contesti urbani, estendendo la sua portata dirompente oltre i confini anche mentali.