Delitto del 18enne andriese: è scambio di accuse tra il ministro Valditara ed il Pd pugliese
Il ministro: "L’educazione al rispetto è già realtà nelle scuole". Risponde il Pd Puglia: "Il rispetto non si scrive in una linea guida, si insegna. E si insegna prima"
venerdì 14 agosto 2026
7.56
La tragedia dell'uccisione del 18enne di Andria avvenuta ieri a Trani, ha acceso il dibattito politico istituzionale anche a livello nazionale.
Il Ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, ha respinto con fermezza le accuse della sinistra, definendo le parole di De Santis "squallida e disinformata propaganda politica" e rivendicando l'operato del Governo sul fronte della prevenzione. "I corsi di educazione al rispetto sono diventati obbligatori nelle scuole italiane per la prima volta grazie alle nuove Linee guida sull'Educazione civica che abbiamo varato. Abbiamo avviato quella prevenzione che la sinistra ha sempre trascurato" ha spiegato Giuseppe Valditara
Secondo il titolare di viale Trastevere, le scuole pugliesi non avrebbero quindi alcun bisogno di "tardivi corsi regionali": il rispetto dell'altro e i valori della scuola costituzionale sarebbero già al centro delle politiche ministeriali e del sostegno quotidiano ai docenti. Infine, Valditara ha difeso i risultati ottenuti contro la dispersione scolastica sul territorio, attribuendo il calo del fenomeno agli interventi nazionali: "La Puglia ha registrato una straordinaria riduzione della dispersione grazie ai finanziamenti di Agenda Sud e alla personalizzazione della didattica messe in campo da questo Governo".
Non è mancata in queste ore la replica del segretario e consigliere regionale Domenico De Santis e del capogruppo del Partito Democratico Stefano Minerva, che hanno inviato una lettera aperta proprio al Ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
"Caro Ministro Valditara,
ci accusa di fare "squallida e disinformata propaganda politica" perché sosteniamo che la scuola debba assumersi fino in fondo la responsabilità di educare al rispetto, all'affettività, alla libertà dell'altro e al rifiuto della violenza. Le rispondiamo senza insulti, con una domanda: Quanto prima dobbiamo arrivare? Perché questo è il punto che nella sua replica continua a sfuggire, la prevenzione non è una parola inserita in una Linea guida. È un tempo. E quel tempo è prima. Lei rivendica di avere reso obbligatoria l'educazione al rispetto attraverso le Linee guida per l'Educazione civica. Bene. Ma educare all'affettività significa qualcosa di molto più profondo che pronunciare la parola "rispetto", significa accompagnare bambini e ragazzi nella conoscenza delle emozioni, dei confini, del consenso, della parità, delle relazioni, della gestione del rifiuto e del conflitto. Significa dare loro un vocabolario per nominare ciò che sentono prima che qualcun altro insegni loro il linguaggio del possesso, della sopraffazione e della violenza. E soprattutto significa farlo quando quel vocabolario si sta formando, non quando è già stato scritto da altri. È questa la differenza enorme che continuiamo a provare a spiegarle. Non vogliamo sostituire la scuola alle famiglie, vogliamo che la scuola faccia esattamente ciò per cui la Repubblica l'ha costruita, non lasciare che il destino di un bambino dipenda dalla famiglia nella quale ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di nascere. Perché ci sono bambini che a casa trovano dialogo, ascolto, rispetto e strumenti ma ce ne sono altri che crescono dentro la violenza, la sopraffazione, il silenzio. Ci sono ragazzi che vivono in territori fragili, in famiglie attraversate dalla marginalità, dalla criminalità o perfino dalla cultura mafiosa. Ci sono case nelle quali il modello che viene consegnato a un bambino è esattamente quello che la società dovrebbe aiutarlo a mettere in discussione. A quei bambini cosa diciamo, Ministro? Che l'educazione spetta esclusivamente alla famiglia? E se è proprio la famiglia il luogo nel quale hanno imparato la legge del più forte, chi insegnerà loro che esiste un altro modo di stare al mondo? È qui che entra la scuola. La scuola non può scegliere la famiglia nella quale nasce un bambino ma può impedirgli di credere che quella sia l'unica forma possibile del mondo. Può essere il primo luogo nel quale scopre che un conflitto non si risolve con la violenza, che una donna non appartiene a un uomo, che essere maschi non significa dominare, che essere forti non significa fare paura, che amare qualcuno significa riconoscerne innanzitutto la libertà. Questo è educare. Ed è francamente impressionante che, dopo Giulia Cecchettin e dopo tutti femminicidio davanti ai quali questo Paese ha osservato minuti di silenzio, deposto fiori e pronunciato la parola "mai più", dobbiamo ancora discutere se sia opportuno insegnarlo ai nostri figli. Gino Cecchettin ha trasformato il dolore più indicibile per un padre in una richiesta rivolta alle istituzioni: arrivare prima. Educare. Dare ai ragazzi strumenti che consentano loro di riconoscere e gestire le emozioni, il rifiuto, la fine di una relazione. Noi, con il consigliere Donato Metallo, primo firmatario della legge sulla "scuola d'amore", quella richiesta l'abbiamo ascoltata e continueremo ad ascoltarla. Perché siamo stanchi di una politica che arriva puntualmente dopo. Perché vorremmo finalmente costruire anni di educazione prima che quel silenzio diventi necessario. Ed è impossibile separare questa discussione dal clima culturale nel quale sta avvenendo. Proprio mentre Lei ci spiega che non servirebbe fare di più, nel dibattito della destra italiana riemerge perfino l'espressione "patriarcato mediterraneo". Non sono folklore né provocazioni da social network, sono parole politiche e le parole politiche costruiscono immaginari, legittimano modelli, spostano ogni giorno un po' più avanti il confine di ciò che diventa accettabile dire e pensare. Per questo il problema non è soltanto cosa insegniamo nelle scuole ma quale Paese stiamo insegnando ai nostri figli. Da una parte c'è chi torna a pronunciare la parola patriarcato come se fosse un valore da recuperare, dall'altra c'è chi considera pericoloso o superfluo costruire percorsi strutturati di educazione affettiva fin dai primi anni. E allora, Ministro ci permetta almeno di dirle che la contraddizione è gigantesca, vi preoccupa di più ciò che la scuola potrebbe insegnare sull'amore di ciò che una certa politica sta insegnando sul potere. Noi scegliamo un'altra strada, la Puglia ha scelto di credere che educare significhi prevenire. Che il rispetto non sia un capitolo burocratico dell'Educazione civica ma una competenza fondamentale della vita, che la scuola debba essere il luogo nel quale anche chi parte con meno strumenti possa riceverne di più. Non rivendichiamo primati e non ci interessano gare tra Governo e Regione, se un progetto pugliese può aiutare un solo ragazzo a riconoscere la violenza prima di esercitarla, una sola ragazza a riconoscerla prima di subirla, un solo bambino a capire che ciò che vede dentro casa non è necessariamente ciò che dovrà diventare, quel progetto non è "tardivo". È necessario. Perché su una cosa, Ministro, dovrebbe essere impossibile dividerci: quando si parla dei nostri ragazzi, nessuna istituzione dovrebbe chiedersi "a chi compete?" prima di chiedersi "cosa possiamo fare ancora?". Lei può chiamarla propaganda, noi la chiamiamo responsabilità. E continueremo a esercitarla perché governare significa certamente intervenire quando qualcosa accade ma educare significa provare a fare in modo che non accada. La differenza tra le due cose è esattamente la distanza che passa tra commemorare una vittima e provare a evitare la prossima. E noi, Ministro, abbiamo scelto da che parte stare".
Il Ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, ha respinto con fermezza le accuse della sinistra, definendo le parole di De Santis "squallida e disinformata propaganda politica" e rivendicando l'operato del Governo sul fronte della prevenzione. "I corsi di educazione al rispetto sono diventati obbligatori nelle scuole italiane per la prima volta grazie alle nuove Linee guida sull'Educazione civica che abbiamo varato. Abbiamo avviato quella prevenzione che la sinistra ha sempre trascurato" ha spiegato Giuseppe Valditara
Secondo il titolare di viale Trastevere, le scuole pugliesi non avrebbero quindi alcun bisogno di "tardivi corsi regionali": il rispetto dell'altro e i valori della scuola costituzionale sarebbero già al centro delle politiche ministeriali e del sostegno quotidiano ai docenti. Infine, Valditara ha difeso i risultati ottenuti contro la dispersione scolastica sul territorio, attribuendo il calo del fenomeno agli interventi nazionali: "La Puglia ha registrato una straordinaria riduzione della dispersione grazie ai finanziamenti di Agenda Sud e alla personalizzazione della didattica messe in campo da questo Governo".
Non è mancata in queste ore la replica del segretario e consigliere regionale Domenico De Santis e del capogruppo del Partito Democratico Stefano Minerva, che hanno inviato una lettera aperta proprio al Ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
"Caro Ministro Valditara,
ci accusa di fare "squallida e disinformata propaganda politica" perché sosteniamo che la scuola debba assumersi fino in fondo la responsabilità di educare al rispetto, all'affettività, alla libertà dell'altro e al rifiuto della violenza. Le rispondiamo senza insulti, con una domanda: Quanto prima dobbiamo arrivare? Perché questo è il punto che nella sua replica continua a sfuggire, la prevenzione non è una parola inserita in una Linea guida. È un tempo. E quel tempo è prima. Lei rivendica di avere reso obbligatoria l'educazione al rispetto attraverso le Linee guida per l'Educazione civica. Bene. Ma educare all'affettività significa qualcosa di molto più profondo che pronunciare la parola "rispetto", significa accompagnare bambini e ragazzi nella conoscenza delle emozioni, dei confini, del consenso, della parità, delle relazioni, della gestione del rifiuto e del conflitto. Significa dare loro un vocabolario per nominare ciò che sentono prima che qualcun altro insegni loro il linguaggio del possesso, della sopraffazione e della violenza. E soprattutto significa farlo quando quel vocabolario si sta formando, non quando è già stato scritto da altri. È questa la differenza enorme che continuiamo a provare a spiegarle. Non vogliamo sostituire la scuola alle famiglie, vogliamo che la scuola faccia esattamente ciò per cui la Repubblica l'ha costruita, non lasciare che il destino di un bambino dipenda dalla famiglia nella quale ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di nascere. Perché ci sono bambini che a casa trovano dialogo, ascolto, rispetto e strumenti ma ce ne sono altri che crescono dentro la violenza, la sopraffazione, il silenzio. Ci sono ragazzi che vivono in territori fragili, in famiglie attraversate dalla marginalità, dalla criminalità o perfino dalla cultura mafiosa. Ci sono case nelle quali il modello che viene consegnato a un bambino è esattamente quello che la società dovrebbe aiutarlo a mettere in discussione. A quei bambini cosa diciamo, Ministro? Che l'educazione spetta esclusivamente alla famiglia? E se è proprio la famiglia il luogo nel quale hanno imparato la legge del più forte, chi insegnerà loro che esiste un altro modo di stare al mondo? È qui che entra la scuola. La scuola non può scegliere la famiglia nella quale nasce un bambino ma può impedirgli di credere che quella sia l'unica forma possibile del mondo. Può essere il primo luogo nel quale scopre che un conflitto non si risolve con la violenza, che una donna non appartiene a un uomo, che essere maschi non significa dominare, che essere forti non significa fare paura, che amare qualcuno significa riconoscerne innanzitutto la libertà. Questo è educare. Ed è francamente impressionante che, dopo Giulia Cecchettin e dopo tutti femminicidio davanti ai quali questo Paese ha osservato minuti di silenzio, deposto fiori e pronunciato la parola "mai più", dobbiamo ancora discutere se sia opportuno insegnarlo ai nostri figli. Gino Cecchettin ha trasformato il dolore più indicibile per un padre in una richiesta rivolta alle istituzioni: arrivare prima. Educare. Dare ai ragazzi strumenti che consentano loro di riconoscere e gestire le emozioni, il rifiuto, la fine di una relazione. Noi, con il consigliere Donato Metallo, primo firmatario della legge sulla "scuola d'amore", quella richiesta l'abbiamo ascoltata e continueremo ad ascoltarla. Perché siamo stanchi di una politica che arriva puntualmente dopo. Perché vorremmo finalmente costruire anni di educazione prima che quel silenzio diventi necessario. Ed è impossibile separare questa discussione dal clima culturale nel quale sta avvenendo. Proprio mentre Lei ci spiega che non servirebbe fare di più, nel dibattito della destra italiana riemerge perfino l'espressione "patriarcato mediterraneo". Non sono folklore né provocazioni da social network, sono parole politiche e le parole politiche costruiscono immaginari, legittimano modelli, spostano ogni giorno un po' più avanti il confine di ciò che diventa accettabile dire e pensare. Per questo il problema non è soltanto cosa insegniamo nelle scuole ma quale Paese stiamo insegnando ai nostri figli. Da una parte c'è chi torna a pronunciare la parola patriarcato come se fosse un valore da recuperare, dall'altra c'è chi considera pericoloso o superfluo costruire percorsi strutturati di educazione affettiva fin dai primi anni. E allora, Ministro ci permetta almeno di dirle che la contraddizione è gigantesca, vi preoccupa di più ciò che la scuola potrebbe insegnare sull'amore di ciò che una certa politica sta insegnando sul potere. Noi scegliamo un'altra strada, la Puglia ha scelto di credere che educare significhi prevenire. Che il rispetto non sia un capitolo burocratico dell'Educazione civica ma una competenza fondamentale della vita, che la scuola debba essere il luogo nel quale anche chi parte con meno strumenti possa riceverne di più. Non rivendichiamo primati e non ci interessano gare tra Governo e Regione, se un progetto pugliese può aiutare un solo ragazzo a riconoscere la violenza prima di esercitarla, una sola ragazza a riconoscerla prima di subirla, un solo bambino a capire che ciò che vede dentro casa non è necessariamente ciò che dovrà diventare, quel progetto non è "tardivo". È necessario. Perché su una cosa, Ministro, dovrebbe essere impossibile dividerci: quando si parla dei nostri ragazzi, nessuna istituzione dovrebbe chiedersi "a chi compete?" prima di chiedersi "cosa possiamo fare ancora?". Lei può chiamarla propaganda, noi la chiamiamo responsabilità. E continueremo a esercitarla perché governare significa certamente intervenire quando qualcosa accade ma educare significa provare a fare in modo che non accada. La differenza tra le due cose è esattamente la distanza che passa tra commemorare una vittima e provare a evitare la prossima. E noi, Ministro, abbiamo scelto da che parte stare".